Il primo infortunio

fascite plantare

Pierluigi non ha mai patito un infortunio, e così associa la corsa alla bellezza e alla purezza, e tutte le volte che gli amici sono a cena con lui, o i colleghi trascorrono assieme a Pierluigi la pausa pranzo, stanno attenti a non accennare ad alcun discorso che possa essere anche solo vagamente riconducibile al podismo.

Se no Pierluigi, dall’abile dialettica e dalla conclamata ossessione per la corsa, elargisce il sermone, che di solito inizia dall’elenco dei benefici psicofisici che la corsa porta con sé (sguardo sulle pance di amici e colleghi) per terminare con l’offerta di redigere agli interlocutori, gratuitamente (sorriso compiaciuto), il primo programma di allenamento.

Pierluigi è un cinquantaduenne in buona forma fisica. Oltre ai quattro allenamenti settimanali di corsa, fa stretching e ginnastica propriocettiva, usa la bicicletta per muoversi nella sua cittadina, d’estate nuota appena può o esce in mare con il kayak.

Corre da quando ha trentasette anni, senza mai avere avuto un infortunio.

Ogni tanto, da un paio d’anni, al risveglio sente una punturina sotto il tallone destro, ma nel giro di una mezz’ora il fastidio passa, e d’altronde si presenta così di rado che da una volta all’altra Pierluigi non ne conserva la memoria.

Sino a due mesi fa. Quando la punturina si è fatta puntura e, una volta sceso in strada per fare dieci chilometri di lento, si è trasformata in dolore: dopo duecento metri Pierluigi è dovuto rientrare.

“Passerà domani e recupererò l’allenamento”. L’indomani, invece, il medesimo passaggio da punturina a puntura a dolore.

Pierluigi corre all’alba, prima di andare in ufficio. Il secondo giorno dalla comparsa del male, Pierluigi si presenta al lavoro con una leggera zoppia. Trascorre ogni istante libero a compulsare Internet, alternando azioni sensate (la ricerca di un medico) ad altre meno (l’autodiagnosi tramite siti e forum privi di attendibilità scientifica).

La sera del secondo giorno sua moglie Mara lo sgrida, dicendogli che se gliene avesse parlato prima lei gli avrebbe dato subito il numero di Ivana, la sua amica fisiatra.
“Dici che se la chiamo ora disturbo?”
“Ma no, fammi solo mandare un messaggino prima”.

Ivana ha visitato chissà quanti podisti, e le è bastata una telefonata di cinque minuti per capire. Ecografia, visita, diagnosi: fascite plantare.
La domanda inevitabile di Ivano: “Quando potrò tornare a correre?” Con la postilla oscena: “Sono fermo da quattro giorni e già sto diventando matto” (e l’espressione che avrebbe dovuto eufemizzare il tono è servita solo per ribadirlo).
“La fascite plantare è lunga.”
“Tipo? Giorni?”
“…”
“Settimane?”
“Più mesi, che settimane. Specie per noi che non siamo più ragazzini”.

Pierluigi è un paziente scrupoloso, ha fatto esercizi di stretching specifico, tecarterapia, ultrasuoni, e adesso con le onde d’urto comincia ad avere i primi risultati tangibili.

Non corre da cinquantotto giorni. Ha preso tre chili. In pausa pranzo, o a cena con gli amici, sta attento a non accennare ad alcun discorso che possa essere anche solo vagamente riconducibile al podismo.

La verità è che Pierluigi non è più sicuro, non è per niente sicuro, di voler associare la corsa alla bellezza e alla purezza. La corsa è anche questa cosa qui, questo schifo degli infortuni, e Pierluigi sarà anche un paziente scrupoloso ma gli sta salendo una voglia di mettere le mani addosso a qualcuno che non sa per quanto potrà trattenere, come facevo alla mia età a credere che potessero esistere cose belle e pure tra quelle che ci capitano, e sente ritornargli la cattiveria che aveva quando, trentasettenne, si era separato dalla prima moglie, ecco, anche il mio matrimonio con Giovanna, pensa Pierluigi, sembrava così bello e puro, poi la fatica tremenda di non mandarci a fare in culo prima dallo psicologo di coppia e poi dal notaio, finirà così anche con Mara, pensa, e inizieremo stasera e sarà colpa mia, e questa nuova-antica cattiveria in fondo non gli dispiace, e quando mancano cinquecento metri al centro medico dove deve fare la quarta seduta di onde d’urto (“che potrebbe essere risolutiva”, aveva detto il dottore) non sa ancora, Pierluigi, se parcheggerà o tirerà dritto, perché cos’è un uomo senza la sua cattiveria che gli ricorda come va davvero il mondo, mancano duecento metri, lo hanno sempre fregato negli sprint ma stavolta il traguardo è così vicino e lui è il primo, mancano meno di centro metri al parcheggio dello studio medico e un podista sbuca con un buon passo da una traversa alla destra dell’automobile di Pierluigi.

 

(pubblicato su Repubblica il 26 febbraio 2022)

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