Ieri all’ora di pranzo, dopo aver ascoltato il mio amico Gastone Breccia

Jessica Fletcher

Ieri all’ora di pranzo, dopo aver ascoltato il mio amico Gastone Breccia che a “Quante storie” ha parlato con la sua solita chiarezza di una cosa che chiara proprio non è, cioè l’invasione russa dell’Ucraina, ho visto una puntata de “La signora in giallo”, non tanto per distrarmi dalla brutta notizia quanto perché Agata si è presa una cotta per Jessica Fletcher, e ho pensato alla soddisfazione che mi dà, nel finale di ogni puntata, quando Jessica ha capito chi è l’assassino e di solito va a trovarlo (facciamo che nel “trovarlo” ci sta anche il “trovarla” e tutti gli asterischi e i simboli a identificare ogni identità sessuale e la piantiamo lì, e se da domani si declinasse tutto al femminile a me andrebbe benissimo, tanto per chiarire spero per sempre quanto io tenga all’impostazione fallocratica della nostra lingua), dicevo, Jessica va a trovare l’assassino e gli spettatori fanno finta di spaventarsi e ammirare quanto sia impavida, anche se lo sanno pure i sassi che c’è lo sceriffo nascosto a origliare dietro una porta e pronto a intervenire, e magari ha già tolto i proiettili dalla pistola che l’omicida tiene nel cassetto della scrivania dello studio accanto al mobile-bar, dicevo che ho pensato a quanta soddisfazione mi dà vedere l’omicida che, mentre Jessica Fletcher gli spiega con calma olimpica come ha fatto a scoprire che è un assassino, le sorride compiaciuto e le spiega in virtù di un alibi di ferro perché non potrebbe avere ucciso, ma Jessica sempre con quella calma olimpica che a uno un po’ impaziente farebbe venire voglia di strangolarla, se solo non ci fosse lo sceriffo dietro la porta di prima, dicevo che Jessica con la sua calma olimpica gli dimostra in quattro e quattr’otto perché il suo alibi non tiene, e allora l’omicida perde il sorriso compiaciuto e comincia ad agitarsi, a balbettare, a spiegare perché ha fatto quel che ha fatto con lo sguardo fisso a terra e quando lo risolleva gli è tornato il sorriso ma è un sorriso diverso, ahi, e fa un passo indietro verso il cassetto della scrivania accanto al mobile-bar e quella sagoma di Jessica strabuzza gli occhi come se avesse davvero paura, in quei momenti lì, prima che entri lo sceriffo nascosto dietro l’ormai celebre porta, io mi sento d’un bene, con l’omicida involtolato nella merda e Jessica che non smette di guardarlo col suo inarrivabile sguardo da prozia e magari gli somministra anche la morale, e ho pensato che quello star bene che mi prende è perché ho e secondo me abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci protegga, a prescindere dalla nostra età e dal grado di adultità e autonomia che abbiamo raggiunto, e allora ho pure pensato che fino a quando siamo vivi potremmo non essere genitori, potremmo non essere compagni ma saremo sempre figli, e non pretendo, sia chiaro, che questo sia un pensiero originale, è un pensiero pensato mentre sbucciavo una mela ad Agata e le dicevo di non incantarsi davanti alla televisione perché la pastasciutta le stava diventando fredda ma poi mi ci sono incantato io, ecco, vedete: siamo tutti figli.

 

(pubblicato su Facebook il 25 febbraio 2022)

2 pensieri riguardo “Ieri all’ora di pranzo, dopo aver ascoltato il mio amico Gastone Breccia

  1. Splendida riflessione. Jessica Fletcher è il mio mito da sempre e ho questa stramba speranza che faccia da modello per tutte le bambine del mondo: fa il lavoro che ama, viaggia e rispetta le culture, è autonoma e indipendente, si gode la vita ed è generosa col prossimo. 🙂

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