Servabo

Servabo Luigi Pintor

Luigi Pintor ha partecipato alla guerra di liberazione partigiana e nel 1962 è entrato nel Comitato centrale del Partito Comunista Italiano, da cui è stato espulso nel 1969.

Giornalista dell’Unità dal 1946 al 1965, dopo l’allontanamento dal PCI è stato tra i fondatori del manifesto, che a più riprese ha diretto.

Solo da anziano Pintor si è avvicinato alla scrittura narrativa, lasciandoci poche e memorabili opere.

Ad aprire la sua produzione letteraria è stato Servabo. Memoria di fine secolo, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e riproposto nel 2004 dal Maestrale.

Servabo, vocabolo latino che significa conserverò, è un’asciuttissima retrospettiva sulla propria esistenza, in cui ogni parola è scelta con tale cura da ricordarci come la letteratura è (o dovrebbe essere) dono da approntare al fuoco della più incrollabile concentrazione.

Nonostante la biografia di Luigi Pintor, Servabo non è – se non incidentalmente – un libro politico. Si tratta piuttosto di un resoconto di sessant’anni di vicende intime e pubbliche, rivisitate da una prospettiva come trasognata. E non solo perché il ricordo è per propria natura parziale e ingannevole.

Il distacco ironico e stupito di Pintor nei confronti di accadimenti pure vissuti con estrema passione (privata e civile) sembra originare dalla consapevolezza, nobile e dolente, che ogni episodio apparentemente cruciale, se considerato da una certa distanza cronologica, perde il suo ipotetico carattere di eccezionalità, per sciogliersi nell’eterno farsi della storia.

Non a caso, lungo tutto questo preziosissimo librino sono disseminate parole come – per prendere solo tre esempi – incredulo (“Quando la guerra entrò in città ero ancora incredulo”, p. 33), stordito (“La mia arma era così intrisa di sudore che si inceppò, lasciandomi stordito”, p. 35), estraneità (“Provavo un senso di estraneità, di isolamento e di sospetto, la quotidianità non aveva il sapore di prima”, p. 54).

A creare un felice contrasto con questo sentore onirico ecco la curiosità, lo spirito avventuroso e iconoclasta che hanno animato Pintor in tutte le età della vita.

Tuttavia, l’alto senso morale e la sorvegliatissima prosa dello scrittore lo mantengono sempre a debita distanza da ogni ipotesi di glorificazione della propria vicenda umana.

La cattura sua e di altri giovani del GAP, avvenuta nel maggio del 1945 a opera della polizia fascista, è ad esempio così rammemorata: “L’idea di dover affrontare una tortura scientifica ci spaventava più di ogni altra cosa. La morte, a quell’età, è invece molto difficile da percepire. Non riuscivamo a immaginarci bendati in un cortile di caserma o legati a una sedia in un prato di periferia o colpiti alla nuca in una cava. Per tutta la notte parlammo d’altro e di nulla” (p. 48).

Il giudizio sulla propria persona è sempre severo e allo stesso tempo assolutorio, come se ogni slancio somigliasse in fondo a una debolezza da perdonare. Parlando di sé e della moglie negli anni del secondo dopoguerra, così scrive Pintor: “C’era dell’ottimismo in questa vita improvvisata, che voleva cancellare cattivi ricordi e si accontentava di divertimenti fatti di nulla, e nell’idea che ci facevamo del futuro del mondo. I bisogni individuali non erano disgiunti da quelli collettivi, nella percezione o illusione di un destino comune a tutti. Se non era ottimismo, un dono di natura che non possedevamo nessuno dei due, era una generosa ingenuità, come se le vicende della guerra non ci avessero fatti crescere più in fretta e resi più avveduti, ma ci avessero fermati nella naturalezza dell’adolescenza” (p. 61).

Luigi Pintor ha il dono grande e raro della sintesi, intesa come capacità di riportare l’essenziale (anche nelle sue più infrequentate profondità) deprivandolo di qualunque tentazione manieristica. E così, i giovani del Sessantotto sono mirabilmente descritti in appena due frasi: “Questa generazione di figli cammina con un’altra leggerezza, le ragazze sono tutte bellissime, tutti hanno strani abbigliamenti o dormono pacificamente nelle aule scolastiche dove noi avevamo tremato. Tutti parlano un linguaggio primitivo ma parlano sempre, come noi non avremmo osato, e sono sicuri di sapere anche quello che non sanno affatto” (p. 84).

Ma quello della sintesi, oltre a un dono, è anche il frutto di un apprendistato, stilistico e pure morale: “Ritagliavo e limavo i miei scritti stampati sul giornale, interminabili resoconti di discorsi altrui e timide prove personali, scoprendo che c’è sempre una riga su tre di troppo e arrivando alla conclusione che due pagine (come ancora sostengo) bastano a esaurire qualsiasi argomento” (p. 68).

Lezione di scrittura e di etica che ha pochi eguali nel Novecento, Servabo scioglie infine una contraddizione capitale. La parola e la vita, pur nella loro assoluta vanità, vanno frequentate col massimo di dedizione possibile: “In verità la ruota della storia gira benissimo all’indietro o su se stessa come una trottola. Ne concluderò che le tenaci passioni, i nobili ideali, le generose intenzioni, le fatiche e gli errori sono una favola folle? No di certo, sono in ogni tempo il sale della terra e così è stato anche in questi decenni. Ma basta una pioggia a lavare la terra e il sale si scioglie in acqua” (p. 96).

 

(pubblicato su Squadernauti  l’1 settembre 2022)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...