Tutti i racconti

Marias tutti i racconti

Proposto una prima volta da Einaudi nel 2020, Tutti i racconti di Javier Marías esce ora (gennaio 2022) in edizione economica nelle traduzioni di Glauco Felici, Maria Nicola, Valerio Nardoni e Paola Tomasinelli.

Già la composizione del volume mostra l’attitudine un po’ compiaciuta dell’autore a giocare con la scrittura. Le trenta narrazioni (quattro inedite, una – Malanimo – precedentemente uscita in edizione autonoma e le altre incluse nelle raccolte Mentre le donne dormono e Quand’ero mortale) sono qui divise in Accettate e Accettabili.

Alla prima categoria appartengono i racconti “di cui ancora non mi vergogno” (p. VI), alla seconda “quelli per i quali un po’ di vergogna la provo, anche se non troppa” (ibid.). Marías ammette anche l’esistenza di racconti che appartengono alla categoria Inaccettabili, evidentemente non pubblicati per eccesso di vergogna.

Sono testi che oscillano dalle quattro alle quarantasei pagine, e sono stati scritti in un arco temporale che va dal 1968 al 1998.

Svariate sono poi le occasioni per cui sono stati composti, e di conseguenza le tematiche e le atmosfere: ci sono racconti gotici che hanno per protagonista un fantasma, altri di stampo giallo-noir. Non mancano brevi sceneggiature per soap opera o trasognate ucronie nelle quali agisce un giovane assistente spagnolo di Elvis Presley (le cui disavventure, secondo un leitmotiv caro all’autore, prendono l’abbrivio da una frase tradotta troppo liberamente).

Proprio la vastità dei temi trattati e degli stili adottati confermano la straordinaria disinvoltura di Marías nel muovere i propri personaggi in situazioni (psicologiche, emotive ma anche sociali, storiche e geografiche) differenti.

Qui, tuttavia, l’elemento più curioso è l’uso della divagazione, che ha reso celebre e facilmente identificabile l’autore. È infatti caratteristica dei romanzi dello scrittore spagnolo una prosa ipnotica, che poggia sull’uso insistito della virgola. E che, come nell’improvvisazione jazzistica, evade a poco a poco dal tema, per poi ritornarvi con altrettanta lentezza.

E nella misura più breve del racconto, a differenza di quanto ci si sarebbe potuto attendere, ecco che la divagazione non scompare. Anzi, mostrandosi più apertamente, essa rende esplicito il motivo di tanta affezione di Marías a questo espediente.

In Tutti i racconti sembra infatti che il continuo scarto da un accadimento a un altro abbia una doppia funzione. La prima coincide con una tecnica narrativa: il fuoco del discorso si sposta al culmine della tensione, per creare attesa e curiosità nel lettore. “A un tratto mi vidi desiderare che un uomo fosse morto, che il suo capo fosse già morto. Mi vidi preferire questo, affinché non dovesse essere lui a ucciderlo. Cominciammo a osservare che si riempivano le gradinate, la gente ci stava sempre più addosso, ci dovemmo alzare in piedi per lasciare spazio” (pp. 124-5).

La seconda ragione è di carattere morale. Incisi, parentetiche, repentini mutamenti di prospettiva o di immagine è come se certificassero l’aleatorietà delle esistenze, nelle quali il caso è spesso assai più determinante di ogni competenza o strategia.

In questa stessa direzione va probabilmente la scelta di Marías, che volentieri lascia cadere nei luoghi meno illuminati dei suoi sentieri narrativi alcune delle intuizioni più felici. Forse per il gusto narcisistico di dissipare il proprio talento o forse per estrema coerenza, perché ciò che regola la vita – accensioni fulminee ed effimere in un caos irriducibile a regola – domina anche la scrittura: “Il direttore e Mr. Bayo scartarono quasi immediatamente la possibilità di assumere un sostituto, poiché da un lato, pensarono, sarebbe stato molto difficile trovare in breve tempo qualcuno con delle buone referenze che fosse disposto a impegnarsi solo per quel che restava del corso […]. E dall’altro, con quella capacità, o confusa necessità che hanno le persone di una certa età o di lenta immaginazione, di confondere le rinunce o le concessioni più futili con gesti veramente epici, considerarono che a fronte di quell’inatteso contrattempo, che loro avrebbero piuttosto qualificato come avversità, non sarebbe servito altro che un piccolo sacrificio da parte di tutti i professori, che avrebbero potuto facilmente dividersi i vari compiti del portiere assente e così trovare l’occasione per mostrare la propria abnegazione all’istituto” (pp. 10-1).

 

(pubblicato su Squadernauti il 4 marzo 2022)

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