Nova

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Il koan, nel buddismo zen, è un’affermazione paradossale che – potremmo dire – mette in scacco la razionalità, per aprire a una comprensione più profonda del mondo.

O meglio, per mettere a cospetto della sua illeggibilità, del suo versante oscuro, inverificabile e imparagonabile ad alcunché di noto.

Per Adelphi è uscito nell’ottobre del 2021 Nova, secondo romanzo di Fabio Bacà (di cui qui abbiamo recensito il brillante esordio, Benevolenza cosmica).

Nova racconta la vicenda del neurochirurgo Davide, che vive nella periferia meridionale di Lucca con la moglie Barbara, una logopedista, e il figlio Tommaso, un timido adolescente con la passione dell’astronomia.

L’esistenza di Davide e del suo nucleo familiare sembra governata dal desiderio di riconoscere, nominare e dominare quanto dell’esistenza è dato loro di frequentare. Non a caso, i mestieri di entrambi gli adulti consistono in fondo nel ricondurre l’abnorme alla norma. E anche l’interesse del figlio (e la sua competenza, la precisione terminologica che usa e la gelosia con cui lo custodisce) pare scaturire dalla necessità di amministrare almeno un settore dello scibile. Barbara, poi, è un’inflessibile vegana.

La quotidianità dei tre scorre dunque all’insegna di una serenità monotona e controllata, al punto che ogni loro azione o frase risuona come al confine con l’ossessione. In questa direzione sembra anche andare l’uso quasi maniacale della puntualità semantica, caratteristica già mostrata da Bacà nel primo romanzo, e che qui dà ai personaggi sfumature grottesche, teatrali. Come se la parola fosse un luogo di ansiosa affermazione di sé, della propria posizione nel mondo.

Eppure, è sufficiente un’aggressione verbale subita da Barbara in un ristorante, e il successivo intervento di un estraneo (Diego, che poi avrà un ruolo centrale nel romanzo), perché la normalità satura della famiglia di Davide deflagri.

Da quel momento non è più possibile, per il neurochirurgo, neutralizzare il disordine, circoscriverlo nel pensiero che ogni mattino, al risveglio, egli dedica alla morte. “Considera il tutto una specie di rituale, un antidoto ai periodi complicati che assume periodicamente da più di quindici anni. Apre gli occhi, fissa il soffitto di legno e riflette sulle implicazioni della fine della vita” (p. 19).

Ma adesso quel rituale non basta più.

Davide prenderà coscienza della propria vigliaccheria. E, seguendo con una fedeltà quasi canina l’ambiguo Diego (un monaco zen dal passato burrascoso), modificherà i rapporti col proprio vicino di casa, Massimo Lenci, proprietario di un locale notturno e responsabile delle sue notti insonni. Più in generale, il mite Davide farà apertamente i conti col lato istintuale, ferino, fin lì abilmente celato dentro di sé.

Liberare energie di cui si ignorano natura e portata conduce il medico a una serie di azioni che coinvolgeranno un numero sempre crescente di persone, e che avranno il loro acme in un affollato evento pubblico.

E ogni affollato evento pubblico è proprio emblematico dell’inclinazione contemporanea a soffocare gli impulsi con l’ordine. Ed è proprio negli affollati eventi pubblici che, se un gesto evade dalla regola, si scatena il panico.

La stessa dicotomia tra esibizione di un estremo ordine e rischio del massimo disordine sembra innervare la lingua di Bacà, qui come in Benevolenza cosmica. Precisa e puntuale sino ai limiti della morbosità, è tuttavia pervasa – incrinata – da spasmi di ironia. Come se autore e personaggi insieme non credessero sino in fondo alle virtù del linguaggio, difensive od offensive che siano. Come se, oltre a ciò che le parole riferiscono, ci fosse qualcosa sotto.

Nova è certamente un’originale riflessione sulla violenza, e anche sui due versanti della follia: quella manifesta e quella sottaciuta, soffocata, che si stempera nella ripetizione di gesti sempre identici, al solo scopo di disinnescare la tentazione di affacciarsi sull’altrove.

Ma il romanzo di Bacà è, anche e soprattutto, una ricognizione proprio su quell’altrove. Ovvero, come detto in apertura di recensione, sulla quota di ineffabilità che informa di sé la vita, nonostante sia così difficile affrontarla, abbandonarvisi.

“Davide pensò che la nota diffidenza del neurologo davanti alla psicoanalisi discendeva quasi certamente dal fatto che lo iato ideologico e procedurale tra quest’ultima e le neuroscienze non sarebbe mai stato colmato. E forse avrebbe anche continuato a riflettere sui limiti gnoseologici della medicina contemporanea, se non si fosse reso conto che stava di nuovo guadagnando tempo prima di affrontare qualcosa a cui non era preparato.
Ma cosa?”, p. 251.

 

(pubblicato su Squadernauti il 29 ottobre 2021)

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