Klara e il Sole

Klara e il Sole

Primo romanzo dello scrittore britannico di origine giapponese Kazuo Ishiguro dopo il conferimento del premio Nobel nel 2017, Klara e il Sole è uscito in Italia per Einaudi nel maggio del 2021 (traduzione di Susanna Basso).

Klara, l’io narrante della storia, è un robot umanoide di penultima generazione che funziona ad alimentazione solare. Esposta ora nella vetrina ora negli spazi interni di un negozio, trascorre le sue giornate in compagnia dell’amica – se possiamo dire così – Rosa, e di altri robot in attesa di essere acquistati.

Un giorno la quattordicenne Josie entra nel negozio, adocchia Klara e decide di volerla per sé, nonostante la madre cerchi di indirizzarla verso un modello B3, più evoluto rispetto a Klara, che è un B2.

Nel contempo, Klara è visitata da un sentimento di appartenenza (sempre che di sentimenti, così come di amicizia, si possa parlare per un androide) fin dal primo incontro con la ragazzina. Che ritornerà e convincerà la madre a prendere Klara.

Il robot entrerà così a far parte della famiglia di Josie. Conoscerà la domestica Melania, risoluta, burbera ma a suo modo benevola; saprà di Sal, la sorella di Josie scomparsa; e imparerà ad arginare gli improvvisi sbalzi d’umore della Madre (che Klara nomina sempre con l’iniziale maiuscola, come fa con la Direttrice del negozio, con altre persone e addirittura con alcuni luoghi, quasi fossero per lei archetipi, con cui relazionarsi attraverso sempre il medesimo codice comportamentale).

Ma soprattutto accederà poco per volta all’intimità di Josie, una giovane sensibile, intelligente, autonoma; e segnata da un’oscura malattia che aleggia su di lei come un cattivo presagio.

Klara saprà assecondare l’esuberanza di Rick, legato a Josie da affettuosa amicizia, ed entrare in confidenza col Padre, con cui condividerà il fantasioso e commovente progetto di restituire la salute a Klara.

In che modo? Chiedendo aiuto a quello che per Klara è nutrimento vitale, capostipite generoso, divinità amica: il Sole.

L’androide arriva a spiegarsi razionalmente il motivo della coesistenza della forza vivifica del Sole e della malattia di Klara: “Capivo ad esempio che, nonostante tutta la sua gentilezza, il Sole era molto occupato; […] Mi venne quindi l’idea che, per ricevere l’aiuto speciale del Sole, potesse essere necessario attirare la sua attenzione su Josie in modo straordinario e notevole”, p. 103.

Dunque Klara, personificandolo, stringerà un patto col Sole, per onorare il quale si gioverà delle competenze professionali del Padre.

Klara e il Sole, oltre a essere una favola (o forse una parabola) ben congegnata, delicata ma mai leziosa, è anche una profonda riflessione sui limiti dell’intelligenza artificiale, e da ultimo su quelli umani.

Può un androide provare sentimenti? Sembrerebbe di sì, come abbiamo già detto accennando al rapporto tra Klara e gli altri robot del negozio, o alla sua volontà di spendersi per Josie. A un certo punto leggiamo addirittura (p. 65): “la mia mente fu percorsa da un fremito d’ansia”.

C’è poi la missione di Klara per raggiungere il proprio obiettivo, quello di debellare il male di Josie, che la vedrà adoperarsi senza il minimo tentennamento, giungendo anzi al sacrificio parziale di sé.

E c’è l’umanità, preda di atteggiamenti contraddittori, continuamente in bilico tra la dedizione gratuita al prossimo e il desiderio di affermazione di sé, tra l’accettazione della vita e la brama di controllo sul suo fluire. Ci imbattiamo, ad esempio, in genitori amorevoli verso i figli ma impassibili di fronte alla possibilità di migliorarne le capacità intellettive attraverso l’“editing genetico” (p. 216).

La più vistosa differenza tra l’uomo e una macchina umanoide, sembra dirci Ishiguro, risiede nel sentimento del tempo. Gli umani lo avvertono, e così i confini entro cui si muovono impediscono loro di affidarsi a un solo progetto esistenziale; come insetti intrappolati nella tela di un ragno, si consumano in una moltitudine di estenuanti tentativi, allo scopo di trovare l’impossibile, cioè il varco che buchi la temporalità, che liberi dalla solitudine, presentimento della fine: “ciò che mi diventava ogni giorno più chiaro era fino a che punto gli umani, pur di evitare di sentirsi soli, potessero compiere manovre molto complesse e pressoché incomprensibili”, p. 101.

 

(pubblicato su Squadernauti il 10 luglio 2021)

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