Sulla seduzione

Il melangolo nel novembre del 2020 ha riproposto – in una nuova versione tradotta e curata da Laura Liva, con una prefazione di Isabella Adinolfi e col titolo anch’esso inedito Sulla seduzione. Silhouettes – il breve saggio Silhouettes. Passatempo psicologico contenuto in Aut-Aut, la principale opera del filosofo danese Søren Kierkegaard.

O meglio, nella prima parte di Aut-Aut, che comprende i testi scritti dall’immaginario autore A, cui spetta il compito di illustrare la prospettiva estetica della vita, a differenza di B, che si occupa della visione etica dell’esistenza.

In Sulla seduzione Kierkegaard indaga l’afflizione di tre personaggi letterari femminili, accomunati dal fatto di essere state abbandonate: Marie Beaumarchais da Clavigo nell’omonima tragedia di Goethe; Donna Elvira da Don Giovanni nell’opera di Mozart; e Margherita dal Faust goethiano.

Un altro elemento rende simili tra loro le tre figure: il fatto che il loro sia un dolore segreto, e la loro sia – con espressione dal significato ambiguo, che attraversa tutta l’opera – una “pena riflessa”.

Dove l’aggettivo riflessa può essere inteso sia come oggetto della propria riflessione, sia come sinonimo di indiretta.

Ci aiuta a comprendere la locuzione un passaggio dell’introduzione di Isabella Adinolfi: “Le tre protagoniste del saggio sono infatti donne moderne, appartengono a un’epoca che ha sostituito l’azione tragica con il dramma intimo: tutto accade nell’io, tutto è spostato nell’interiorità, che è divenuta la vera scena del dramma. Nulla trapela all’esterno. Nulla c’è di oggettivo, tutto è riflesso del soggetto e rimane circoscritto al soggetto”, pp. 14-5.

La pena riflessa dà vita a una gamma di emozioni mutevoli, che non sanno trovare un approdo definitivo perché Marie, Donna Elvira e Margherita sono tormentate dal dubbio sulle ragioni dell’inganno patito; e sulla stessa natura – ingannevole o meno – del proprio abbandono.

Ed è in queste tre elucubrazioni, nocive proprio perché segrete e inesauribili, che si insinua Kierkegaard. Forse – e qui per una volta il dato biografico non è ozioso – per replicare sulla pagina la propria scelta di abbandonare la fidanzata Regine Olsen, decisione che lo tormenterà per tutta la vita.

Nella presentazione delle tre silhouttes il filosofo, come cercando riparo nella forma, spiega con gelida logica le difficoltà che si incontrano nel descrivere la pena riflessa: “L’esterno non contiene qui che un minimo indizio che conduce sulle tracce e, talvolta, nemmeno quello. Artisticamente questa pena non si lascia rappresentare, giacché l’equilibrio tra l’interno e l’esterno è infranto, e perciò non risiede in determinazioni spaziali. Anche sotto un altro aspetto la pena non si lascia rappresentare artisticamente, dal momento che non ha quiete interiore, ed è in perpetuo movimento”, pp. 42-3.

Ma quando passa ad analizzare la psicologia delle tre donne abbandonate, Kierkegaard mostra di volersi (e sapersi) esporre al fuoco, abbandonando la prospettiva squisitamente intellettuale per raggiungere sorprendenti profondità di indagine.

Parlando di Marie Beaumarchais, il filosofo spiega che proprio la mancata certezza di aver subito un inganno genera in lei una “fluttuazione costante” (p. 57) dei sentimenti. Fino a quando, impossibilitata a trovare una soluzione definitiva, “Marie prende il velo. Non va in convento, ma prende il velo della pena, che la nasconde da ogni sguardo estraneo” (p. 65), per consumarsi in quello che Kierkegaard chiamerà un infinito “interrogatorio”, dove la donna di volta in volta accuserà e assolverà ora se stessa ora Clavigo.

Elvira, lei sì, è stata “educata alla disciplina del convento”. E, una volta abbandonata da Don Giovanni, non avrà dubbio alcuno sull’inganno. Tuttavia: “Per amor di se stessa deve allora amare Don Giovanni, è la legittima difesa che glielo ordina, e questo è lo stimolo della riflessione che la costringe a tenere lo sguardo fisso su questo paradosso: se lei lo possa amare, nonostante l’abbia ingannata”. Ecco da dove nasce, in Donna Elvira, la pena riflessa, e lo struggimento che ne deriva.

In Margherita, infine, la pena riflessa – ossia intima e irrisolvibile – origina dal fragoroso contrasto tra la nullità della considerazione di sé e l’amore assoluto provato per Faust: “Non solo ha amato Faust con tutta l’anima, ma questi fu la sua forza vitale, grazie a lui Margherita venne all’esistenza”, p. 113.

Kierkegaard termina ciascuna delle tre sezioni giungendo a immaginare momenti di monologo interiore delle donne. Come se, entrando in una consonanza sempre più assoluta con esse, finisse per incarnarle.

Si sarebbe quasi tentati di dire che il suo tentativo di far rivivere il dolore patito da Regine Olsen, ragionando così sull’afflizione di lei anziché sulla propria, sia la pena riflessa dello stesso Kierkegaard. E assieme all’ironia e alla solitudine, che hanno caratterizzato l’esistenza del filosofo, sia una resistenza al mondo, alle possibilità. Possibilità che, secondo il pensiero del filosofo, conducono all’angoscia e alla disperazione.

 

(pubblicato su Squadernauti il 22 marzo 2021)

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