L’orgoglio del fallimento

Cioran

È uscito per Mimesis nel gennaio del 2021 L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arșavir e Jeni Acterian. Il libro, curato da Antonio Di Gennaro e tradotto da Magda Arhip e Laureto Rodoni, è composto per oltre la metà da sessantaquattro missive inviate da Emil Cioran ad Arșavir Acterian negli anni che vanno dal 1933 al 1936 e dal 1968 al 1991. Il volume comprende anche sei lettere scritte da Cioran alla sorella di Arșavir, Jeni, e alcune inviate dai due fratelli Acterian al filosofo romeno (cinque scritte da Arșavir e due da Jeni). Completa l’opera un’appendice che raccoglie cinque brevi scritti di Arșavir Acterian sullo stesso Cioran.

I due si erano conosciuti agli inizi degli anni Trenta del Novecento alla Biblioteca della Fondazione Carol di Bucarest. L’incontro di Cioran con il giovane giornalista di origini armene si sarebbe rivelato fondamentale, perché Arșavir lo avrebbe presto introdotto nel gruppo della “generazione del ‘27”, di cui facevano parte figure come Eugen Ionescu e Mircea Eliade.

L’epistolario è un importante resoconto del fermento culturale e politico della Romania degli anni Trenta, e – più nello specifico – del fervore di un gruppo di giovani “ammalati nell’animo”, come scrive Arșavir Acterian nella lettera a Cioran del 17 luglio 1935 (p. 111). Lo scambio certifica inoltre la profonda amicizia tra Cioran e i due fratelli Acterian: se quella con Arșavir si protrarrà sino alla scomparsa del filosofo, quella con Jeni – contraddistinta da un’eccezionale consonanza spirituale – si interromperà nel 1958 per la morte della donna a soli quarantuno anni.

Ma L’orgoglio del fallimento ha forse il suo maggior valore come testimonianza dello spirito furiosamente pessimistico di Emil Cioran. Dove l’avverbio vuole dare conto del fatto che l’atteggiamento di Cioran non lo condurrà mai all’inazione (per quanto spesso essa sia invocata nella sua opera, e nondimeno affiori anche in queste lettere) ma semmai lo esporrà sempre a interrogarsi sul nucleo misterioso – e resistente alle interpretazioni – del mondo.

Impressiona, in questo senso, la coerenza mantenuta dal filosofo nel corso dei decenni. Non solo per la limpidezza della sua prosa, sorvegliatissima tanto nelle lettere giovanili quanto in quelle scritte da uomo prima maturo e poi anziano. Ma anche e soprattutto per la volontà strenua di trascendere gli aspetti transitori e superficiali che affollano e stemperano la vita (sono questi, e non la vita in sé, che Cioran rifiuta) a favore di un’inesausta concentrazione sul suo centro pulsante.

Tale inclinazione si esprime attraverso una fittissima attività di lettore. Attività che, citata da Cioran lungo tutta la corrispondenza, appare già nella lettera del 16 luglio 1933, dove il filosofo annuncia “un lungo periodo in direzione di vette affini alle alture dei miei stati emotivi” (p. 20) e trova conferma in quella dell’11 luglio 1972: “Leggo fino all’imbecillità. Vedo anche delle persone, è vero, ma sembrano tutte irreali, quasi quanto me” (p. 42).

Se a venticinque anni Cioran si definirà “afflitto da un disinteresse patologico per ciò che mi circonda e tutto il resto” (lettera del 9 gennaio 1936, p. 24), trentacinque anni dopo egli confesserà all’amico: “È per vigliaccheria e anche per saggezza che mi sono tolto quest’orribile ossessione del domani, che utilizza il meglio dei nostri terrori” (lettera del 20 novembre 1971, p. 38).

La missiva dell’8 marzo 1975 reca in sé un passaggio che solo a una lettura disattenta potrebbe apparire come una concessione un poco compiaciuta all’autoironia: “Non è la prima volta in vita mia che sono in preda all’abulia, ma ho l’impressione che, con l’aiuto della vecchiaia, io stia assistendo all’aggravarsi delle mie deficienze. Normalmente, non avrei dovuto raggiungere un’età così avanzata: prima si moriva intorno ai cinquant’anni, e questo andava bene. Grazie ai farmaci, si prolunga un’esistenza concepita per essere breve”, p. 63.

Semmai, la sensazione è che qui il sarcasmo verso l’eccessiva durata della vita voglia rimarcare la sovrabbondanza di tentazioni di diluirla, rimandando così a un futuro indefinito il confronto col limite.

L’appena ventiquattrenne Cioran è stato profetico nella lettera all’amico Arșavir la cui datazione, incerta, è stata fissata tra il marzo e l’aprile del 1935. Le righe che seguono mostrano e prefigurano una personalità del tutto disinteressata all’effimero. Che, contrariamente a quanto hanno scritto troppi critici di Cioran affetti da miopia (e accomunati dalla domanda-feticcio: Perché un filosofo vittima di un pessimismo così radicale non si è suicidato?), non è stata insofferente verso la vita, ma verso la facilità con cui la si spreca anziché arrischiarsi a indagarne l’essenza: “Il mio principale difetto è di avvertire, persino in sogno, l’essenziale. Da qui deriva il compromesso tra la certezza della salvezza, attraverso l’azione, e la convinzione circa l’inefficacia della stessa. Sotto il segno di un tale compromesso, verrà pregiudicata la mia vita futura”, pp. 22-23.

 

(pubblicato su Squadernauti il 4 marzo 2021)

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