Il prigioniero libero

È in fondo un dotto e appassionato tentativo di rispondere alla domanda che appare a p. 13, “c’è qualcuno dentro di me?”, Il prigioniero libero, saggio di Giuseppe Trautteur uscito per Adelphi nel novembre del 2020.

Trautteur – fisico, cibernetico e informatico – si sofferma su alcune delle principali teorie che hanno movimentato la discussione, vivacissima a partire dal primo Novecento, sull’esistenza o meno del libero arbitrio. Se qui si preferisce non toccarne alcuna per motivi di spazio, occorre certamente informare il lettore che – in una necessariamente approssimativa semplificazione – i punti di vista sull’argomento possono essere suddivisi in due categorie.

Nella prima rientrano le teorie secondo cui decade la classica divisione tra intelletto e volontà, dove il primo elemento avrebbe come campo d’azione la sola interiorità del soggetto, mentre la volontà implicherebbe un intervento umano sul mondo. Secondo questa prospettiva, si legge sempre a p. 13, “non c’è alcuna decisione. Il cervello è un pezzo normale, ancorché complesso, dell’Universo. È connesso con l’esterno, ha memoria, ed è perfettamente plausibile che gestisca la condotta sua e del corpo di cui fa parte. In questa condotta vi saranno certo scelte […] Ma a differenza della mente che decide le scelte, qui le scelte sono accadimenti naturali perfettamente giustificati dalla situazione materiale del momento. In realtà non sono scelte, ma conseguenze del precedente stato del cervello e dell’Universo”. L’esperienza della libertà sarebbe solo una percezione; e decadrebbe immediatamente il concetto di responsabilità. “In un mondo deterministico il soggetto non può agire altrimenti da come agirà”, p. 51 (corsivo nel testo).

Viceversa c’è chi ritiene che, ogni qualvolta ci si trovi davanti a una scelta, si possa modificare – in modo differente proprio a seconda della decisione presa – il farsi dell’Universo.

La questione complessiva è espressa con estrema chiarezza e sinteticità a p. 29: “le azioni umane sono determinate univocamente dal funzionamento dell’Universo o l’esercizio della mente umana modifica materialmente il corso degli eventi mondani?”.

Il volume sfiora teorie più o meno note e conturbanti; cita sistemi deterministici ma non prevedibili, come i giochi d’azzardo e la meteorologia; illustra alcuni sorprendenti esperimenti tra cui quello di Benjamin Libet, che dimostrerebbe come l’impulso fisico all’azione precederebbe quello della volontà di compiere il movimento, invalidando così ogni ipotesi dell’esistenza del libero arbitrio.

Ma è nelle pagine finali de Il prigioniero libero che Trautteur sussume le tappe del suo affascinante itinerario in una sintesi mirabile, suggestiva e inquietante assieme.

Lo fa partendo dal concetto di sostanza in Spinoza, che ci tiene ancora “lontanissimi dall’aver risolto il problema di cosa sia la materia, e di come da certa materia, opportunamente organizzata – il cervello – , emani la mente”, p. 128.

Pochi capoversi dopo leggiamo: “Insieme alla coscienza, la libertà di pensiero e di azione è talmente fondamentale per la individuazione di ciò che ci fa uomini che la sua scomparsa produrrebbe effetti ora inconcepibili”, p. 129.

Ma, quasi paradossalmente, i timori dell’inconsistenza del libero arbitrio derivano dall’inesausta volontà di certificare la propria appartenenza al mondo. Dalla volontà, dunque, di un’“adesione all’univoca e totale validità delle leggi fisiche, alla loro «intransigenza»” (p. 130). Ma si tratta di un’intransigenza che negherebbe proprio il libero arbitrio.

Ed ecco infine svelata l’impasse che il libero arbitrio reca con sé: “Se la mente, tramite il cervello, ha la libera facoltà di indirizzare il corso dell’Universo in una specifica direzione tra due o più direzioni ipoteticamente possibili, ciò significa che occorre rivedere cos’è una legge di natura. Ci sarebbe una fondamentale e ancora sconosciuta connessione tra coscienza, volontà e natura ultima della materia.

Se il cervello è un meccanismo operante secondo le leggi di natura come le conosciamo, la mente – la coscienza – è bloccata ad essere un mero astante dell’accadere delle azioni del soggetto e della totalità della storia umana” (pp. 130-1).

Impasse che – soggiungiamo noi, giacché la prospettiva non viene mai contemplata nel testo – non potrebbe essere risolta nemmeno rivolgendo lo sguardo alla trascendenza: perché se una divinità esistesse, e avesse uno sguardo assoluto sull’Universo, non ci permetterebbe comunque di conoscere quale (eventuale) possibilità di incidere sul suo corso abbia concesso all’uomo.

 

(pubblicato su Squadernauti il 24 febbraio 2021)

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