Parigi occupata

Dato alle stampe dal melangolo nel giugno del 2020 (traduzione e cura di Diana Napoli), Parigi occupata contiene otto testi di Jean-Paul Sartre ancora inediti in Italia.

Un solo intervento è del 1943: Drieu La Rochelle o l’odio di sé, breve invettiva contro lo scrittore collaborazionista e filonazista. Gli altri sette, scritti tra il 1944 e il 1945, raccontano i fatti della Liberazione di Parigi, avvenuta il 25 agosto del 1944 dopo una settimana di scontri. Pubblicati su riviste in alcuni casi clandestine, sono poi confluiti in Situations, I e Situations, II, usciti in Francia per Gallimard.

Già nelle prime righe de La repubblica del silenzio Sartre presenta ai suoi lettori una sorta di paradosso che fungerà da chiave di lettura dell’intero volume: “Non siamo mai stati così liberi come sotto l’occupazione tedesca. Avevamo perduto ogni diritto e prima di tutto quello di parlare; ci insultavano apertamente, ogni giorno, e dovevamo tacere; ci deportavano in massa, come lavoratori, come ebrei, come prigionieri politici […] Le circostanze spesso atroci della nostra lotta ci rendevano finalmente in grado di vivere, senza trucchi e senza veli, questa situazione straziante, insostenibile che chiamiamo la condizione umana. […] tutti quelli che erano a conoscenza di qualche dettaglio sulla Resistenza – e a quale francese non è capitato almeno una volta – si domandavano con angoscia: «Se sarò torturato, resisterò?»”, pp. 23-4.

È in Parigi occupata che il paradosso si disvela: i cittadini parigini si trovano a dover conciliare il pensiero delle questioni ultime (la fine, il rapporto tra libertà e morale) con un’esistenza che prosegue in modo assurdamente normale: “no, i tedeschi non giravano sempre armati; no, non obbligavano i civili a cedere il passo o a scendere dal marciapiede. In metropolitana lasciavano il posto alle vecchiette, si intenerivano di fronte ai bambini, a cui non lesinavano carezze”, p. 30. Tuttavia la violenza esisteva, e si dispiegava soprattutto nelle ore notturne: “La Gestapo arrestava la gente principalmente tra mezzanotte e le cinque. […] Al mattino, poi, ritrovavamo per le strade quei piccoli tedeschi innocenti che si affrettavano verso i loro uffici […] Cercavamo di ritrovare sui loro volti inespressivi e familiari la stessa odiosa ferocia che avevamo immaginato durante la notte. Invano”, p. 34. E questa ambivalenza ingenerava nell’animo dei parigini “una coesistenza perpetua tra un odio fantasma e un nemico troppo familiare per poterlo davvero odiare”, ibid.

Sartre descrive con grande finezza psicologica l’impotenza dei cittadini, costretti a espletare le faccende quotidiane in una Parigi semideserta, avvolta in un orrore anomalo perché in qualche modo istituzionalizzato. L’illogica coesistenza col nemico occupante, da molti rifiutata e quindi riletta, per la propria incolumità anche psicologica, come accettabile, conduce a quello che Sartre indica come una sorta di collaborazionismo indiretto: “I partigiani, che erano il nostro orgoglio, non lavoravano certo per il nemico: eppure i contadini, se volevano nutrirli, bisognava bene che continuassero ad allevare bestiame che andava, per la metà, anche ai tedeschi. Ogni nostro atto era ambiguo”, pp. 46-7.

Ben diversa la posizione di chi coopera attivamente con i tedeschi, la cui figura è tratteggiata nel Ritratto di un collaborazionista, e il cui prototipo è individuato negli “elementi non integrati nella società” (pp. 55-6). Il collaborazionista dunque “odia la società in cui non è riuscito a ritagliarsi un ruolo. Se sogna di stringerla nella morsa fascista, è perché vuole asservirla e ridurla praticamente a una macchina”, p. 68.

Segue A spasso per Parigi: i giorni dell’insurrezione, un resoconto dal taglio e dalla potenza espressiva quasi più televisivi che giornalistici. A colpire Sartre è ancora una volta l’irruzione dell’abnorme nella quotidianità, e l’istintiva resistenza psicologica a questo nonsense: “L’insurrezione non si vede ovunque. A rue de la Gaîté, un uomo suona La Traviata con la fisarmonica, seduto su un seggiolino; la gente si accalca in un bistrot mezzo aperto e beve un bicchiere. Sulle sponde della Senna uomini e donne fanno il bagno, prendono il sole in costume. E tuttavia dappertutto si combatte”, p. 79, corsivo nel testo.

Se il successivo Una settimana apocalittica. La liberazione di Parigi è un omaggio al valore della libertà e, più in generale, al “potere dell’uomo” (p. 124), A guerra finita chiude come una progressione temporale che certifica l’incapacità di molti parigini di riconoscere (o ammettere) quanto accaduto in quei drammatici mesi. Stavolta non più l’invasione tedesca o i momenti finali della liberazione sembrano essere misconosciuti, ma la tanto agognata pace: “Nulla era cambiato nella vita quotidiana. Il ronzio della radio, i titoli in grassetto dei giornali, nulla riusciva a convincerci. Ci aspettavamo una rivelazione, un segno dal cielo, una prova che la pace si fosse iscritta nelle cose”, p. 125.

Chiude l’antologia l’appassionato Ritratto di un antisemita, formidabile e composito ragionamento che mira a individuare la vera natura – sociale e morale – di chi disprezza gli ebrei. Sartre ne segnala alcune caratteristiche, per terminare affermando che gli antisemiti sono mossi da un “dualismo ingenuo […]: se si tratta solo di togliere il Male è perché evidentemente il Bene è già dato”, p. 164 (corsivo nel testo). E confidare in una simile dicotomia cristallizzata significa in fondo rifuggire la responsabilità delle proprie scelte. “L’antisemitismo, in poche parole, è la paura della condizione umana”, p. 172.

In questi otto testi Sartre adotta la forma del cronista ma la prospettiva del filosofo. E proprio la condizione umana, il problema della libertà e quello delle scelte individuali – centrali nel pensiero sartriano – sono investigati con acutezza e disincanto. Il parigino durante l’occupazione tedesca, e più in generale l’uomo, pare combattuto tra la volontà di aderire supinamente all’alternativa più comoda (il collaborazionismo) e il coraggio di non abdicare alla più elevata moralità (la guerra partigiana). Ma assai più spesso la soluzione adottata sembra essere quella di una terza via compromissoria, seguendo la quale si nega l’evidenza dell’orrore per quanto possibile. Dopo di che lo si semplifica per farlo rientrare nelle categorie già note, oppure si finge di frequentarlo da sempre, di saperlo parte della quotidianità, nella vana speranza di poterlo addomesticare.

 

(pubblicato su Squadernauti il 21 gennaio 2021)

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