Filosofia della resistenza

 

Filosofia della resistenza, uscito nel novembre del 2020 per il melangolo, è un prezioso libro diviso in due parti: nella prima, Francesca Romana Recchia Luciani illustra – in un denso e appassionato saggio – i motivi che hanno spinto Simone Weil a scrivere, nel 1936, tre inviti alla lettura di altrettante tragedie sofoclee, ossia Antigone, Elettra e Filottete; la seconda parte ospita, tradotti da Alasia Nuti, i testi della Weil.

Sorprende e commuove, ogni volta che ci si accosta allo studio dell’opera della filosofa francese, constatare sia la coincidenza tra teoria e azione che l’assoluta perspicuità del suo pensiero, proprio come se fosse il corpo – con la nettezza e l’irreparabilità dei gesti – a esprimersi. E così, le tre brevi (o brevissime, nel caso del Filottete) note sono allo stesso tempo riassunti esemplari per chiarezza e vividi manifesti politici: le tragedie sono infatti interpretate, con grande intelligenza e altrettanto entusiasmo, come paradigmatiche della resistenza all’oppressione esercitata dal potere.

Ma per quale motivo Simone Weil ha scritto questi appunti?

Lo spiega Francesca Romana Recchia Luciani nel saggio introduttivo: essi erano destinati al giornale di fabbrica letto dagli operai delle fonderie di Rosières, anche se soltanto la nota all’Antigone verrà pubblicata (le altre due saranno cassate da Victor Bernard, direttore della fabbrica, ostile al favore con cui Simone Weil ha guardato agli scioperi e alle conseguenti conquiste operaie del 1936).

Questa iniziativa solo in parte concretizzatasi conferma che “il segno distintivo del pensiero weiliano è l’amore appassionato per la realtà”, p. 13 (corsivo nel testo). Più specificamente, la sua stessa esperienza di fabbrica acuì in lei “la determinazione all’impegno nell’educazione operaia, basata fondamentalmente su tre principi anarco-libertari: sottrarre i lavoratori alla pretesa autorità degli intellettuali, nell’ottica di una riconsiderazione e valorizzazione del lavoro manuale; fornirgli una conoscenza generale della reale situazione in cui vivono e delle cause della loro sventura per rendergli possibile lo studio e comprensione dell’economia politica e della dottrina marxista; infine, adottare un modello d’istruzione antiautoritario, caratterizzato dall’apertura alla discussione e allo scambio”, p. 17.

E proprio il lavoro è, o dovrebbe essere inteso come, “lo strumento che l’essere umano ha di presa e trasformazione del mondo, poiché il solo modo di domare la materia, l’unica maniera per non soccombere alla cieca necessità naturale, è prendere consapevolezza della realtà e intervenire su di essa attraverso il lavoro, con un’impresa che è incentrata sull’individuo, e non su gruppi, movimenti, collettività”, pp. 22-3.

Ma perché ciò avvenga occorre opporsi allo sradicamento operaio; occorre, cioè, “riconnettere lavoro e pensiero, perché in questo legame si trova la chiave del significato, del valore e della dignità del mestiere che si esercita, tutte qualità da recuperare perché hanno il potere di riflettersi nella conduzione quotidiana dell’esistenza stessa di ogni essere umano, alleviando il peso della sventura che lo accerchia e lo soffoca”, p. 30.

Ribellarsi alla propria condizione infelice equivarrà dunque, come recita il titolo del volume, all’istituzione di una permanente filosofia della resistenza. C’è di più: elevarsi da una situazione psicofisicamente intollerabile sarà solo il primo passo verso la conquista della gioia di vivere. “Convertire al bene e alla bellezza il rapporto tra lavoro e mondo è l’atto di resistenza necessario per rendere la vita operaia un’esistenza non solo sopportabile ma pienamente soddisfacente, per spezzare le catene della schiavitù che l’asservimento a prestazioni vessatorie impone a chi le subisce”, p. 39 (corsivo nel testo).

Ribaltare la prospettiva di un lavoro degradante significa riappropriarsi del “presupposto dell’umanità stessa degli esseri umani”, ovvero “l’attitudine a pensare”, ben sapendo che proprio in fabbrica “si sperimenta, molto più che altrove, quell’avvilente annullamento della facoltà del pensiero che, proprio in virtù dell’equazione tra esseri umani ed essere pensanti, costituisce basilare esperienza di de-umanizzazione”.

Ed ecco allora che Antigone, Elettra e Filottete, emblemi della strenua volontà di riscatto, sono percepiti da Simone Weil come estremamente attuali, vivi, capaci di mostrare alle operaie e agli operai che la loro condizione è la medesima di chi ha vissuto duemilacinquecento anni prima; che oggi come allora è certamente facile arrendersi (così càpita a Crisotemi, sorella di Elettra); ma che è altrettanto possibile – al termine di una lunga e logorante resistenza che si sperimenta sul corpo, messo costantemente in gioco e a repentaglio – emanciparsi, conquistare una vita giusta, felice.

“L’oppressione è infine spezzata. Elettra è libera”, scrive – anzi, annuncia ai lavoratori di ogni latitudine ed epoca – Simone Weil (p. 108).

 

(pubblicato su Squadernauti il 18 dicembre 2020)

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