Elogio del rischio

Siamo in un’epoca talmente devota alla conservazione che, come scrive Gastone Breccia nel suo L’arte della guerriglia (uscito per il Mulino nel 2013), oggi persino “i comandi militari vivono nell’ossessione di evitare qualsiasi rischio di subire perdite”, p. 184.

Le nuove tecnologie danno l’illusione di poter collezionare tutte le esperienze, padroneggiare tutte le situazioni, mettersi in relazione con tutte le persone, ottenere le risposte a tutte le domande, peraltro attraverso poche, semplici e fulminee operazioni meccaniche. Sempre più obsolete paiono dunque le dimensioni dell’apprendistato, dello studio, della ricerca, insomma il consueto percorso di formazione individuale, tanto articolato e faticoso quanto costantemente esposto ai colpi del destino; inoltre, la brama di possesso globale (che è brama di onnipotenza) vorrebbe annullare il confronto con l’indicibile, con l’inconoscibile, e infine con la morte.

Ma proprio aprirsi al vuoto del mondo, di cui ciascuno di noi è testimone e custode, è l’unico modo per vivere una vita davvero piena: che non è tale se stipata di accadimenti, bensì quando viene accolta nella sua interezza, ossia nella sua quota emersa come in quella invisibile, resistente alle interpretazioni.

È quanto ci ricorda Anne Dufourmantelle, filosofa e piscoanalista francese prematuramente scomparsa nel 2017, in Elogio del rischio, pubblicato in Francia nel 2011 e in Italia nell’ottobre del 2020 (Vita e Pensiero, traduzione di Mario Porro). Il volume esamina, in brevi capitoli autonomi, una serie di condizioni e ambiti in grado di scardinare dai ripari e mettere in comunicazione col nucleo oscuro, che corrisponde però al nucleo pulsante, di sé e del mondo.

Le passioni, ad esempio, sommuovono ogni certezza, sono “uno spossessamento di sé” (p. 19); “una volta entrati in questo moto dove tutto quel che è vissuto prende un rilievo diverso, allora è impossibile tornare alla lingua che usavamo prima, nessuna parola ha più lo stesso sapore, lo stesso senso, non abbiamo più lo stesso corpo, la stessa fame”, pp. 29-30.

Antidoto alla volontà di un accumulo non solo materiale ma pure mnemonico, quasi che si volesse fare di sé degli archivi assoluti, è l’oblio, che ha “strane prossimità con l’estasi. L’oblio inquieta il soggetto in merito a tutto ciò su cui si regge, i suoi oggetti, rituali, certezze, reperti. Ha delle affinità capricciose con la morte, come la cancellazione dei tratti, di tutto ciò che ha costituito un’esistenza”, p. 39.

Il ricordo può tuttavia fungere da ponte verso l’ignoto, se lo si interpreta non come ricapitolazione dei guadagni ottenuti ma, al contrario, come evocazione dell’irrimediabilmente lontano: “Quando diamo spazio alla malinconia […] ammettiamo l’inguaribile”, p. 83.

L’altrove, l’infrequentabile, riaffiora anche nel riso e nel sogno, che sono “un evento senza ritorno, che sopraggiunge, ed è tutto. Un rischio radicale […]uno spazio di apertura psichica all’inaudito”, pp. 120-1.

Esattamente come ogni luogo, concreto o meno, in cui sia messa a repentaglio la propria identità, la propria posizione nel mondo: “Non c’è metafora senza rischio di follia. La follia è una metafora che non si è richiusa”, p. 167; “La notte è la nostra ampiezza segreta. Lo spazio della nostra follia intima, taciturna. […] La notte è la nostra verità, ci intima di raggiungere un luogo più antico che talvolta chiamiamo anima, e la cui lingua ci è indecifrabile. […] Contemplare la notte significa entrare nell’erranza di Euridice, significa conoscere la non-risoluzione dell’enigma”, p. 199.

E se sperare significa ricercare ossessivamente conferme, addirittura chiamarle a sé dal futuro, credere significa abbandonarsi proprio all’oscurità notturna: “La speranza è ancora un altro termine per la consolazione” (p. 123), “credere significa […] arrendersi non alla ragione ma alla parte di notte che ci abita”, p. 133.

Eppure: “Il pericolo va guardato in faccia. È la forma minima di coraggio che possiamo salvare. Potremo ben riprenderci da tutti i dolori, dalle catastrofi, dai lutti, ma resterà sempre una parte per il male. Non saremo salvati in anticipo”, p. 50.

Ciò vale anche per il paziente in analisi, che “vedrà sprofondare gli appoggi che credeva sicuri, e la sicurezza lasciare posto al dubbio, alla vertigine”, p. 98.

È come se in Elogio del rischio Anne Dufourmantelle invitasse a ripudiare la staticità esistenziale – che è ribadimento compiaciuto di sé, sordità verso il ritmo del mondo, sottrazione all’alea – e a esporsi al possibile, in qualunque veste esso si presenti, come in fondo è (o dovrebbe essere) per ogni animale. Chiudersi in un atteggiamento protettivo significa far coincidere il proprio punto di vista col punto di vista del mondo: ma così non si provoca alcun attrito, non c’è rischio, non si suscita alcun ritmo. Questa è davvero la vita, “oppure vi è, insediato nella vita stessa, un dispositivo segreto, una musica capace da sola di spostare l’esistenza su quella linea del fronte che si chiama desiderio?” (p. 11).

 

(pubblicato su Squadernauti l’1 dicembre 2020)

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