I passi nel bosco

Romanzo di solitudini, impossibilità e assenze, I passi nel bosco (scritto da Sandro Campani – del quale qui abbiamo recensito Il giro del miele – e pubblicato da Einaudi nel marzo del 2020) è in un certo senso una narrazione anti-corale, perché dà voce a una serie di personaggi che forniscono ciascuno una propria idea di mondo. E sono idee non solo (inevitabilmente) parziali, ma pure fondate su un eccesso di ragionamento e desiderio: prospettive, entrambe, che impediscono di entrare davvero in dialogo con l’altro; che impediscono, appunto, ogni ipotesi di autentica coralità, di autentica comunità.

E allora queste solitudini si declinano in lunghe rievocazioni del passato, supposizioni su cosa sarebbe accaduto se determinati fatti si fossero svolti diversamente (“Fosse stato mio figlio, avrebbe visto”, ripete più volte Francesco riferendosi a Luchino). Ecco dunque che l’impossibilità, secondo leitmotiv del romanzo, domina la psicologia degli attori della vicenda, tutti persuasi che l’esistenza debba essere una somma di occasioni mancate o capitate ad altri più fortunati.

L’inafferrabilità della vita è rappresentata dal terzo elemento fondante dell’opera, l’assenza. O meglio, le assenze: la prima è quella di Daniele, detto Danielone, ex promessa del ciclismo, oggi incapace di un’adultità psicologica e propenso a mortificare il padre, il notaio Francesco. Il quale – temendo per la sua sorte dopo aver rinvenuto un ambiguo biglietto con le parole “Sarete contenti” – lo cercherà per tutta la prima e più cospicua parte del romanzo (Il bosco). Qui il punto di vista di Francesco si alterna a quello di altri abitanti di un paese dell’Appennino tosco-emiliano che si stanno apprestando a tagliare il bosco appartenuto a Fausto, fratello di Luchino; è soprattutto Luisa, barista e antica confidente dello stesso Luchino, ad avvicendare le sue parole a quelle del notaio.

Nella seconda e più breve sezione, Il taglio, a riferire la propria vicenda sarà il solo Antonello, fratello maggiore di Danielone, mosso dal disprezzo per Luchino, che in gioventù ha avuto una relazione con la sua fidanzata di allora, Catia.

E poi c’è la seconda e maggiore assenza, quella di Luchino, che dovremmo piuttosto definire come presenza-assenza: egli non appare mai (se non, in modo quasi fantasmatico, nel finale) ma è citato da tutti come persona dal fascino irresistibile, animalesco, estranea ai calcoli, alle previsioni, all’istituzione di rapporti, capace di suscitare sentimenti estremi – amore od odio incondizionato – poiché provenienti dalla sua illeggibilità. Dice di lui il notaio Francesco: “Daniele non era che uno fra i suoi cagnolini fedeli, abbandonati. Si era creduto l’amico del cuore. Nessuno era amico del cuore di Luchino. Figurarsi un povero di spirito come Daniele. Luchino mangiava le persone e non si dava nemmeno il tempo di succhiare l’osso. Restavano indietro, gettate nello scolo. Le conseguenze non lo riguardavano. Fosse stato mio figlio, avrebbe visto”, p. 91.

Pare piuttosto che Luchino abbia vissuto senza preferire nessuno, facendosi semmai concavo, catalizzando così le altrui emozioni, aspettative e interpretazioni della realtà, indovinando lui solo – nella schiettezza del suo esistere – il ritmo del mondo, precluso a tutti gli altri personaggi, per i quali la parola e il rimpianto fungono da impietosi surrogati della vita.

Che nel libro di Campani è lì, intorno a tutti, addosso a tutti: è il bosco. Il bosco che pulsa, chiama a sé, mistero irriducibile all’umana misura, che proprio nella sua grazia incoercibile scompagina l’esistenza di chiunque non sappia abbandonarvisi senza nulla pretendere. Cioè tutti tranne Luchino, entità istintuale, silvana, che prende la vita ma non la trattiene, bellissimo e diafano, ingenuo e primitivo, che c’è e scompare, ama ma non promette, e a ogni suo ritorno al paese ricorda agli altri che il mondo, a volerlo ridurre a territorio di conquista, non si schiude, e il suo ritmo rimane inudibile.

 

(pubblicato su Squadernauti il 21 agosto 2020)

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