Ma non c’è altro

Oreste è un podista felice: da qualche settimana può di nuovo correre lungo i suoi amati percorsi. Che bella, la prima domenica di via libera: c’era il sole tiepido di certe mattine di maggio e i suoi amici runner erano tutti lì a fare su e giù per il lungomare; forse un po’ imbolsiti, dal gesto atletico vagamente più goffo del solito e con il fiato più corto: ma che sorrisi, quando ci si incrociava! Quelli più inclini alla battuta, poi, nel rivederlo hanno bofonchiato qualcosa su quanto fosse duro ricominciare. C’era anche il professionista, amabilmente antipatico come sempre, che nascosto dietro i suoi occhiali da sole sembrava più tonico e scattante che mai, beato lui.

Oreste, piano piano, con la caparbietà che lo contraddistingue ha riacquistato i suoi ritmi consueti: niente di notevole, per carità. È tra i molti ad avere iniziato a correre tardi, dopo i quaranta, per tenere a bada il peso e sollevare l’umore in un periodo particolarmente complicato.

Oramai sono trascorsi tre mesi da quando si è tornati a correre senza più limitazioni, e Oreste è un podista che si sta abituando alla sua felicità. Ogni tanto, mentre lavora da casa, controlla su Internet se quelle due mezze maratone autunnali e quella maratona dicembrina su cui aveva messo il cuore non abbiano aperto le iscrizioni, e subito si vergogna del suo gesto irrazionale: finché non si pronuncia il Governo, non possono essere certo gli organizzatori di una gara a decidere in autonomia.

Oreste è persona intelligente e sensibile, sa che il bello del correre risiede nell’atto stesso, mica nelle gare; lui, poi, che non potrebbe ambire nemmeno al podio di categoria in una competizione regionale. C’è da aggiungere che, senza un obiettivo preciso, non gli pare sensato chiedere i programmi di allenamento a quel famosissimo coach che glieli somministra per mail. E così Oreste si allena, quattro volte a settimana, e le tabelle se le fa da sé, d’altronde corre da dieci anni, sa come si devono alternare lenti, medi, progressivi, ripetute eccetera.

Oreste è un podista che, insomma, ecco, si sta stancando della sua felicità: si allena quattro volte a settimana con le tabelle che si prepara da solo, saluta gli amici runner che incontra sul lungomare e si domanda cosa gli manchi per essere felice davvero. Non gli basta il gesto di correre? Questo significa che si è sempre allenato al solo scopo di partecipare alle gare? Al solo scopo di stazionare, com’è che dice quel giornalista sportivo, nella pancia della corsa, per fare un’ora e cinquanta nella mezza maratona e quattro ore e cinque in maratona?

Una domenica di agosto, in una delle prime giornate di grande caldo, a metà del lungomare Oreste si ferma di colpo. Avrebbe dovuto correre venti chilometri, quindici a ritmo lento e gli ultimi cinque un po’ più velocemente. Ma lì a metà del lungomare, al quattordicesimo chilometro, nemmeno troppo stanco, Oreste si è come visto da fuori, e il suo correre avanti e indietro gli è improvvisamente sembrato un’azione inutile.

E allora Oreste si ferma, si accosta alla ringhiera che dà sulla spiaggia pubblica, si asciuga il sudore con la canottiera, guarda le poche persone stese al sole, la battigia, ascolta il rumore del mare e il mondo gli sembra così bello, pieno com’è di cose inutili tra cui correre, prendere il sole, guardare la battigia, ascoltare il rumore del mare, e gli viene da pensare che l’inutilità salverà il mondo, anche se non capisce bene cosa significhi, e quando si rimette a correre ha l’impressione di essere felice per la prima volta e lo vorrebbe dire a qualcuno, anzi lo dirà a qualcuno, al primo podista che incrocia, che per caso è proprio il professionista antipatico, il quale da dietro gli occhiali da sole gli fa uno sguardo cattivo, come il batterista nell’ombra della canzone di Paolo Conte, e così Oreste anziché confessargli il suo sentimento ride, ride dell’infantile arroganza del professionista, della propria eterna insicurezza, di tutte le cose inutili che succedono e che si fanno succedere per dare un senso alla vita, per difendersi dai suoi colpi, e avverte una felicità nuova, piena, irriducibile a parola, come irriducibile a parola è il mistero del mondo, come irriducibili a parola sono questa paura e questa meraviglia che sembrano, o sono?, sempre lì lì per travolgerci, e allora continua pure a correre e a ridere, Oreste, e a essere felice senza sapere perché: sarà anche tutto inutile ma non c’è altro.

 

(pubblicato su Repubblica il 5 agosto 2020)

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