La campana d’Islanda

Lo scrittore islandese Halldór Laxness, premio Nobel per la letteratura nel 1955, ha pubblicato in tre parti – fra il 1943 e il 1946 – La campana d’Islanda; l’opera, in un unico volume, è uscita per i lettori italiani solo nel giugno del 2019 (Iperborea, traduzione di Alessandro Storti).

Libro sfaccettato e complesso, La campana d’Islanda è ambientato alla fine del Seicento tra l’Islanda e lo Stato che allora ne deteneva il possesso, la Danimarca-Norvegia. Si tratta del periodo storico più travagliato per la piccola isola nordica, a cui un regime di monopolio impediva l’esportazione autonoma: l’assoggettamento politico e soprattutto quello commerciale tengono la sua popolazione in uno stato di carestia oltre che di arretratezza culturale. E i tre personaggi principali sembrano assumere su di sé questo senso di sconfitta, ribadito da vani tentativi di riscatto e da ripiegamenti nostalgici verso un passato glorioso.

Motore dell’azione è il contadino Jón Hreggviðsson, accusato di aver ucciso il boia del re, inviato da Copenaghen a sottrarre la campana del palazzo dell’Alþingi, il Parlamento islandese. L’intricata vicenda giudiziaria di Jón susciterà una contesa internazionale ed egli, – uomo imprevedibile, insincero e violento, che però non rinuncia a declamare antichi versi del patrimonio poetico nazionale – maltrattato eppure indomito, immiserito nell’animo eppure incline a guizzi cavallereschi, pare proprio incarnare la sua Islanda.

La biografia di Jón si incrocerà con quella della bellissima Snæfríður, figlia del magistrato Eydalín, sposata col rozzo Magnús ma legata da reciproco amore col terzo protagonista, Arnas Arnæus, commissario regio e bibliofilo, combattuto tra il suo ruolo di intellettuale e il sentimento verso Snæfríður.

Più che dar conto delle loro estremamente composite vicende, che vincolano ciascuno agli altri due, occorre soffermarsi sulle tre psicologie, le quali mostrano caratteristiche comuni e modernissime: si tratta di personaggi anacronistici, individualisti sino all’egoismo, preda di infantili tormenti, potremmo dire dei disadattati sociali ante litteram; essi hanno causato consapevolmente la propria condizione infelice, e per orgoglio (nonché per dedizione quasi stolida al proprio destino) sono incapaci di modificarla.

Dice Jón: “«Una volta ero nero. Adesso sono grigio. Fra poco diventerò bianco. Ma nero o grigio o bianco, io sputo su ogni giustizia che non sia quella che è dentro di me»”, p. 418.

E in uno dei capitoli più toccanti, quando Arnas e Snæfríður si rincontrano dopo anni per certificare l’impossibilità del loro amore, egli concentrerà in una frase alcune peculiarità tanto sue quanto degli altri protagonisti: malinconia, coerenza ai limiti dell’eccesso, debito quasi morboso verso le patrie lettere, magniloquenza, e una sorta di cristallizzazione morale che colloca i tre come fuori dal tempo, dalla vita. Leggiamo infatti a p. 322 (corsivo nel testo): “«Quando me ne sono andato e non sono tornato più, nonostante la promessa fatta, perché il destino è più forte del volere dell’uomo, come si legge nelle Saghe degli Islandesi, ho trovato conforto nel pensiero che la bionda donzella, la volta successiva che l’avessi vista, sarebbe stata un’altra donna – sparite la sua giovinezza e la beltà che della giovinezza è il dono. I pensatori dell’antichità insegnano che l’infedeltà in amore è l’unico tradimento al quale gli dei guardino con clemenza: Venus hæc periuria ridet. Ieri sera, quando siete entrata nella sala, dopo tutti questi anni, ho visto che non mi occorre che Lofn mi rivolga il suo benevolo sorriso»” (Lofn, dice la nota a piè di pagina, è la “Dea nordica, protettrice degli amanti”).

La campana d’Islanda è un romanzo multiforme, impressionante per vastità di temi toccati e registri stilistici: avventura comico-picaresca quando segue le peregrinazioni di Jón, diventa narrazione sentimentale e soffusamente erotica nella relazione di Arnas e Snæfríður; tuttavia è nel contempo romanzo sociale e politico, che esibisce un fitto di intrichi di potere, con i tre protagonisti nel ruolo di pedine più o meno consapevoli.

Come se l’autore avesse urgenza di racchiudere in un’opera letteraria tutta la storia e la cultura di una nazione marchiata da un eterno complesso di inferiorità; e destinata, quando il libro uscì in patria, a passare dall’assoggettamento alla Danimarca a quello agli occupanti statunitensi. Resta la domanda se questa operazione narrativa corrisponda a un omaggio o piuttosto alla restituzione sulla pagina dell’incertezza, sociale e psicologica, che da sempre affligge l’Islanda.

Nel contempo, l’intercezza sociale e psicologica dei personaggi, o meglio la loro sordità alla storia (essi vivono come in un presente perpetuo, governato dalle proprie ossessioni), li fa sembrare degli antieroi novecenteschi, calati in una realtà con la quale è preclusa ogni sintonia e sincronia: “«Non ero libero. Ero legato al mio compito. Ero proprietà dell’Islanda. Quegli antichi libri che custodivo a Copenaghen – il loro demone era il mio, la loro Islanda era l’Islanda, non ne esisteva un’altra. Se fossi tornato a primavera con la nave di Eyrabakki, come avevo promesso, avrei venduto l’Islanda. Ogni mio libro, ogni foglio, ogni documento sarebbe caduto in mano agli usurai miei creditori. Ci saremmo ritrovati in una fattoria in rovina, due accattoni di nobile schiatta, io mi sarei dato al bere e ti avrei venduta per un po’ d’acquavite, forse ti avrei perfino accoppata…»
Lei si voltò a guardarlo, poi di scatto gli afferrò il busto, per un istante gli posò il viso sul petto e mormorò: «Árni.»
Non disse altro, e lui accarezzò una sola volta la sua magnifica chioma bionda, poi la lasciò uscire, come lei si stava apprestando a fare”, p. 327.

 

(pubblicato su Squadernauti il 28 aprile 2020)

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