Lettere d’amore a Louise Colet

SE dà alle stampe, a cura di Maria Teresa Giavieri, un altro prezioso volume: si tratta di novantotto Lettere d’amore a Louise Colet scritte da Gustave Flaubert (a cui se ne aggiunge una, l’unica giunta sino a noi, della Colet a Flaubert).

Composte negli anni che vanno dal 1846 al 1848, esse appartengono al primo periodo della corrispondenza tra i due scrittori (il secondo copre il quinquennio 1851-1855).

La direzionalità forzatamente univoca dell’epistolario permette di addentrarci nell’intimità di Flaubert. Intimità anzitutto familiare: scopriamo come il giovane uomo abbia un solido rapporto affettivo con la propria madre, da lui percepito non in conflitto bensì in accordo con l’amore sensuale provato per Louise Colet, la sua amante: “Le due donne che amo di più hanno stretto il mio cuore in un morso a doppia tirella con cui mi tengono”, p. 43.

Numerosi, poi, sono i giudizi dello scrittore verso se stesso, nel tentativo di giustificare le reiterate accuse, mosse dalla Colet, di un comportamento troppo compassato. Flaubert ribadisce in svariate lettere il divario tra la propria età anagrafica e quella esistenziale; egli si dichiara come saturo di vita, per averne vissuta, o meglio assorbita, una quantità eccessiva in un tempo eccessivamente esiguo. Per prendere solo un esempio: “Non hai voluto credermi quando ti ho detto che ero vecchio. Ohimè! Sì. Perché ogni sentimento che mi arriva nell’animo vi si inacidisce come il vino messo in vasi troppo usati. – Se tu sapessi tutte le forze interne che mi hanno sfinito, tutte le follie che mi sono passate per la testa, tutto quello che ho provato e sperimentato in fatto di sentimenti e di passioni, vedresti che non sono così giovane. Sei tu che sei una bambina, sei tu che sei fresca e nuova, sei tu che mi fai arrossire col tuo candore”, p. 15.

Flaubert pare ossessionato, se non perseguitato, dal senso del ridicolo che accompagna le cose umane: “Quel che mi impedisce di prendermi sul serio […] è il fatto che mi trovo molto ridicolo, non di quella relativa ridicolaggine che fa la comicità teatrale, ma di quella ridicolaggine intrinseca alla vita umana di per se stessa e che balza fuori dall’azione più semplice, o dal gesto più comune”, p. 42.

Questo perché la sua acutissima sensibilità lo pone sistematicamente di fronte all’abisso della finitudine: “Non ho mai visto un bambino senza pensare che sarebbe diventato vecchio né una culla senza pensare a una bara. La contemplazione di una donna nuda mi fa pensare al suo scheletro”, p. 15.

Dunque, l’estrema prudenza con cui il grande scrittore sembrerebbe aver affrontato la relazione con Louise Colet non fa che confermare la sua incapacità di abbandonarsi al pieno delle esperienze umane. Il presagio della fine contamina anche il godimento della sua liaison, come egli peraltro non si trattiene dal dire all’amante: “Su, ama l’Arte piuttosto che me. Quello è un affetto che non ti verrà mai meno, non lo toccheranno né la malattia né la morte. Adora l’Idea. Essa sola è vera perché essa sola è eterna”, p. 57.

Il fatto è che l’avere a nostra disposizione le sole lettere di Flaubert, se da un lato ci impedisce di indagare appieno lo sviluppo affettivo di questo rapporto di coppia, per converso ci restituisce una straordinaria testimonianza dell’evoluzione psicologica di un uomo innamorato: le lettere a Louise Colet diventano quasi un involontario sismografo del sentimento d’amore dalle origini allo spegnimento.

Nelle prime settimane, ad esempio, la corrispondenza tra i due è particolarmente fitta. L’entusiasmo si declina volentieri in affettuosità e smancerie: il sentimento colma di sé le frasi e i comportamenti.

A mano a mano che il tempo trascorre, la periodicità delle lettere si fa meno serrata, il sentimento di stupore (che, nei primi momenti, sospende qualunque coppia di amanti in un eterno presente sempre inedito e incorruttibile) retrocede, a favore di una mesta consapevolezza della ripetitività di modi e parole. Soprattutto, le giustificazioni flaubertiane verso la propria reticenza si fanno sempre meno articolate e più piccate: “Mi chiedi spiegazioni su cose che si spiegano da sole. Che cosa vuoi che ti dica oltre a quel che ti ho detto e che sai già? Se, malgrado l’amore che ti lega alla mia trista persona il mio carattere ferisce troppo il tuo, lasciami. […] Conoscermi è stato uno stupido regalo che ti ho fatto. Ho superato l’età in cui si ama come vorresti tu. Non so perché quella volta ho ceduto; mi hai attratto, io che diffido tanto delle cose che mi attraggono”, p. 135.

Se la novità dell’amore può temporaneamente sostituirsi alle inclinazioni individuali, dare l’illusione di incidere sul destino, quando essa sbiadisce in abitudine non solo smette di essere celebrata, ma viene accolta come un ostacolo al dispiegarsi della propria personalità.

A questo punto, di solito, le relazioni amorose si interrompono, oppure si riducono a una blanda tenerezza che porti una compagnia la più inoffensiva possibile. Spenta la passione, il tempo comune a due individui non è più il presente della carne, del sangue, ma il passato dei flebili ricordi o il futuro, malcerto poiché poggiante su promesse inverificabili: “Qualunque cosa accada contate sempre su di me. Anche quando non ci scrivessimo più, anche quando non ci vedessimo più, ci sarà sempre fra di noi un legame che non si cancella, un passato di cui sopravvivranno le conseguenze. La mia mostruosa personalità, come dite così amabilmente, non è tale da cancellare in me ogni sentimento onesto, umano se preferite. Forse un giorno lo riconoscerete e vi pentirete d’aver speso per me tanta sofferenza e tanta amarezza”, p. 195, corsivo nel testo.

 

(pubblicato su Squadernauti il 21 marzo 2020)

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