Vincoli

Sorprende, di Kent Haruf, una sorta di felice coincidenza di opposti: la capacità di dire con poco (in termini di densità di scrittura e complessità dell’intreccio) il molto delle reazioni – concrete ma soprattutto emotive – dei suoi personaggi a fatti che ne segnano le esistenze. Come se Haruf si proponesse di dimostrare che ogni vita non è che una continua risposta (contromisura?) agli accadimenti traumatici che la compongono e indirizzano.

Vincoli esce nell’ottobre del 2018, nella sempre eccellente traduzione di Fabio Cremonesi, dopo la cosiddetta Trilogia della pianura e Le nostre anime di notte, tutti pubblicati in lingua italiana da NN Editore. Si tratta del romanzo d’esordio di Haruf, dato alle stampe negli Stati Uniti nel 1984.

Il sottotitolo (a uso del pubblico italiano), Alle origini di Holt, conferma che anche questa storia si svolge nella contea del Colorado nata dalla fantasia dello scrittore, e ne suggerisce una collocazione temporale coerente con quella della pubblicazione originaria del volume.

In realtà la vicenda muove dalla primavera del 1977, quando un giovane cronista del Denver Post si recherà a casa di Sanders Roscoe, l’io narrante, per reperire informazioni sull’incendio che ha distrutto la casa di due anziani fratelli: Lyman ed Edith Goodnough, quest’ultima ricoverata in ospedale e piantonata da un poliziotto.

Sanders, riluttante, non fornirà al giornalista notizie dirette su quanto accaduto, ma si produrrà in un lungo monologo (corrispondente alla quasi totalità dell’opera) che ripercorre la storia della famiglia Goodnough – e in qualche modo della propria – a partire dal 1895.

Ne sortisce una cronistoria appassionata in cui compaiono personaggi memorabili, presi nell’apparente contraddizione tra la fissità del destino e la mobilità del desiderio. Ricostruire la trama significherebbe automaticamente svelare i motivi dell’incendio della casa dei due fratelli. Si preferisce accennare, ad esempio, alla figura del loro padre, il severissimo Roy, che un brutto incidente occorso nel luglio del 1915 menomerà delle dita delle mani (a esclusione del mignolo della sinistra) e renderà ancora più aspro. La descrizione dell’atroce mutilazione è uno dei momenti in cui meglio si dispiega la prodigiosa capacità di indugio di Haruf. Indugio che, per uno scrittore meno raffinato e con una sensibilità per il ritmo non altrettanto spiccata, sarebbe probabilmente scaduto in morbosità. In Kent Haruf esso pare invece esprimere un’attenzione e uno stupore quasi infantili, come se ogni nuovo sguardo sul mondo fosse – eternamente – il primo: “Visse altri trentasette anni con quelle mani crudeli, che sembravano scorticate. Riusciva a prendere un secchio con il braccio e a tenere un palo della recinzione mentre qualcun altro lo conficcava nel terreno. Imparò a spingere un bottone nell’asola usando quell’unico mignolo, quindi poteva mettersi la camicia, ma non era in grado di mungere una mucca o usare una pinza o guidare un trattore. Non era in grado di fare le cose davvero importanti. Era fregato, sistemato. Adesso dipendeva dagli altri, cosa che odiava.

Ma se il loro padre era sistemato, Edith e Lyman erano messi anche peggio. Rimasero intrappolati in quella fattoria in mezzo alla sabbia. Come avrebbero potuto lasciarlo in quelle condizioni? Non potevano farlo. Non in quelle condizioni, non potevano proprio. Fu l’inferno per tutti. Erano sistemati tutti quanti”, p. 54.

Il romanzo sembra dunque, come recita il titolo, sancire l’impossibilità di sciogliersi dai legami familiari, se non forse con un allontanamento spaziale; che tuttavia non è certo in grado di scioglierli, i legami, ma tutt’al più di procrastinare gli obblighi che ne derivano. Come si accorgerà lo stesso Sanders ventiduenne, tornato a gestire la fattoria alla morte del proprio genitore: “[…]c’era molto lavoro e nel giro di poco tempo cominciai a scoprire cosa significava essere mio padre nella contea di Holt: prendere decisioni con cui poi eri costretto a convivere”, p. 143.

Una volta adulto, Sanders si avvicinerà affettivamente a Edith, conscio del fatto che tra la donna e suo padre sarebbe potuto nascere un amore, se Roy non lo avesse bruscamente impedito. Ma persino i pochi sentimenti liberi di manifestarsi, a Holt, sono accolti da chi li serba quasi con meraviglia, e si declinano in azioni e frasi sempre misurate: perché tutti i personaggi si ritrovano increduli, nonché timorosi, una volta posti di fronte alla possibilità di scartare dai vincoli.

Haruf, pur narrando di una piccola contea del Colorado, riesce ad aprire a un interrogativo ultimo, che con la grazia della sua scrittura lascia senza risposta: accettare il posto assegnatoci per vivere è sintomo di viltà o di fedeltà? Significa abdicare a un positivo slancio di affermazione personale o, al contrario, rinunciare dignitosamente alla vanità?

L’unica possibilità di evadere da questa dicotomia sembra averla esperita Edith, dopo una decisione maturata in un tempo lunghissimo; e quando Sanders si appresterà a intervenire per salvare la situazione, sarà ancora una volta un gesto minimo – in un momento drammatico ma pure di struggente bellezza – a ricordare che ogni posizione nel mondo, forse, è modificabile solo attraverso una decisione senza rimedio: “al di là del vetro c’era Edith sulla sedia a dondolo. Mi stava osservando, era seduta rigida e mi fissava come se l’avessi spaventata, come se pensasse che fossi lì per farle del male. Vedevo i suoi occhi, il suo viso bianco, i suoi capelli bianchi. E poi, mentre me ne stavo là a guardare dalla finestra, fece una cosa che non dimenticherò mai […]: sollevò la mano dal bracciolo della sedia a dondolo. Non fece altro. Ma capisci cosa voglio dire? Alzò una mano pallida rigata di vene blu dal bracciolo della sedia a dondolo; con quel gesto non mi chiedeva di aiutarla e neppure di fare in fretta; mi stava ammonendo, fermando. Era come se quella mano espressiva, sollevata perché io potessi vederla, mi stesse dicendo di non intromettermi”, p. 248.

 

(pubblicato sulla rivista Squadernauti, numero unico, giugno 2019)

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