Prima che te lo dicano altri

Prima che te lo dicano altri (Chiarelettere 2018) è un romanzo di Marino Magliani che esprime la polarità qui-altrove attraverso tre coppie di opposti.

La prima è quella temporale: la narrazione oscilla tra i piani del presente (posticipato al 2024) e del passato, il 1974.

La seconda è quella spaziale: la vicenda muove dalla zona in cui nasce e cresce il protagonista (la Val Prino, in provincia di Imperia), per svilupparsi in alcune località della provincia argentina di Buenos Aires.

Terza e saliente contrapposizione è quella tra l’impegno quotidiano del vivere, del lavorare duramente, del ripetere i medesimi gesti – l’abbandono al ritmo del mondo – e il desiderio di fuggire, sì, ma all’indietro: come se il recupero del passato potesse sommuovere la sorte, aprirla all’imprevedibile.

Un accenno alla trama chiarirà meglio questi aspetti.

Leo Vialetti è un quasi cinquantottenne che all’inizio del romanzo ci viene presentato come un uomo “tra i cinquantacinque e i sessanta, poche scuole, un marchio: tanti ulivi, fin da ragazzino” (p. 9), quasi che la vaghezza anagrafica e quel marchio certificassero l’imperio del destino sull’identità.

Leo, potatore dunque ma anche bracciante, muratore, cacciatore e sensale, si deciderà a vendere un terreno di sua proprietà per acquistare Villa Porti, un edificio ormai ridotto a rudere, sequestrato dal Comune di Sorba (immaginario paese della Val Prino) e messo all’asta.

La villa era appartenuta a Raul Porti, un argentino che ha dato ripetizioni scolastiche al giovane Leo, prima di tornare nel proprio Paese a lavorare come agente immobiliare per conto dell’azienda MilanoAustrale.

Entrare in possesso dell’ex residenza di Raul equivale, per Leo Vialetti, a un pegno di fedeltà, che lo spingerà a scoprire se l’ormai anziano Porti – al quale egli è legato da un profondo e segreto vincolo – sia ancora vivo. Il protagonista deciderà quindi di partire per l’Argentina.

Nella prima parte del romanzo Marino Magliani volentieri si sofferma su dettagli della vita lavorativa di Leo, dettagli in apparenza oziosi ed estranei allo svolgimento, e che invece testimoniano la fissità della sua posizione nel mondo: “Trascorse quei giorni di attesa occupandosi di alcuni lavoretti lasciati da tempo incompiuti. Tagliò un po’ di legna che aveva ammucchiato in campagna, abbastanza fuori mano perché i rumeni non gliela fregassero. Erano tronchi lunghi più o meno un paio di metri e li ridusse a pezzi pronti per l’uso, poi ne caricò un motocarro e andò davanti alla raffineria dell’olio, dove c’era la pesa a ponte che la gente utilizzava anche per la legna.

Erano quasi sei quintali. Una seconda tappa la fece fuori dal paese, nella baracca di lamiera accanto alla strada dove Ostrica teneva la spaccatrice.

Scaricò dal motocarro i pezzi grossi che non entravano nella stufa e, mentre il cuneo di ferro scendeva lentamente e apriva i ciocchi, lui se ne stava lì, a guardare la strada e ogni tanto alzava il mento”, p. 30.

Questa dedizione assoluta al proprio ruolo, alla propria fatica, impedirà inoltre a Leo di trasformare in amore il rapporto con Christel, un’olandese a cui egli venderà il suo lotto di terra: “S’erano sistemati in fondo alla sala e non riuscivano a sembrare niente assieme, marito e moglie, amanti, nemmeno colleghi di lavoro”, p. 40.

La seconda parte del romanzo si svolge dunque nella provincia di Buenos Aires e illustra la pervicace ricerca di Raul da parte di Leo Vialetti. Tra imprevedibili accadimenti e altrettanto inopinate scoperte (di cui si preferisce non dar conto per non rovinare il piacere della lettura), Leo si mostrerà ancora una volta instancabile nel portare a termine il proprio compito, perfino esponendosi a un’azione moralmente esecrabile. Ne farà le spese Juan Lionel Hernández Lubinsky, oscuro personaggio e probabile torturatore di Porti all’epoca dei desaparecidos.

Fare il proprio dovere sino in fondo – senza distrazioni, senza tentennamenti – significa accordarsi al movimento dell’universo o, al contrario, “Ubbidire alle ossessioni” (p. 259)?

Oppure Leo Vialetti si comporta come gli animali, per i quali la vita – propria e altrui – è sempre tenuta sotto assedio dalla morte; tuttavia questa continua esposizione alla fine non impedisce loro di spendersi senza calcoli, senza ripari.

Leo, compiuto l’irrimediabile, sarà costretto a tornare in Italia. Ma non prima di essere riuscito a trovare Raul Porti e aver scoperto la verità sulla loro relazione; che, dopo questa seconda e definitiva separazione, potrà continuare solo sotto forma di scambio epistolare.

Il ritorno al proprio luogo, al proprio tempo, alla propria realtà, sarà la conferma dell’impossibilità di evadere da sé, di moltiplicare l’unicità dell’esistenza. Ogni alternativa non è che illusoria: una è la via percorribile, e non c’è deviazione, sosta o retrocessione che esca dal percorso segnato.

Allora la saggezza consiste forse nell’accettare l’invariabilità come unica avventura possibile: “Lascia il foglio sul tavolo perché si asciughi. Fa sempre così dopo avergli scritto. Questa è la terza lettera. Di solito gli scrive di domenica. È un rito e lui è un uomo da abitudini”, p. 321.

 

(pubblicato sulla rivista Squadernauti, numero unico, giugno 2019)

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