Le sere

Le sere, romanzo scritto nei primi mesi del 1947 dal ventitreenne Gerard Reve e pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari, narra l’esistenza di Frits van Egters dal 22 dicembre 1946 al 1 gennaio 1947.

Frits è un impiegato olandese, anch’egli ventitreenne, che vive con i genitori; e che sembra incapace di accettare la vita, di trovare il modo di abbandonarvisi.

Spiccata è perciò la sua attenzione, peculiarità di chi frappone tra sé e il mondo l’azione del guardare. Di più: Frits non fa che premettere ai propri gesti, alle proprie parole, un pronostico (quasi sempre pessimistico) sull’immediato futuro, reputandosi costantemente calato in un presente che gli è estraneo ma da cui non può esimersi: “«È solo perché qui non so mai cosa dire», pensò. «Vado avanti. Non c’è modo di fermarsi.»”, p. 41; “«Gesù, come me ne vado da qui?» pensò tirando un sospiro profondo senza fare rumore”, p. 66.

Se invece il futuro è ancora sufficientemente lontano, ecco che il protagonista adotta un atteggiamento pressoché opposto; egli indulge a un’ingenua e vaga speranza, che testimonia ancor meglio la sua inaderenza alla realtà: “«E adesso cosa facciamo?» disse Frits ad alta voce. «Trascorriamo questa giornata in modo produttivo. Non ci lasceremo scoraggiare da niente. Anzi, le avversità, piccole o grandi, ci purificheranno.»”, p. 106.

Priva di un ordine, di una direzione, la vita sfugge dalle mani del giovane, che può solo vederla allontanarsi: “«Con un calcolo obiettivo», pensò Frits quando fu di nuovo fuori, «potremmo dire che abbiamo ancora davanti metà della sera. Eppure sarebbe un quadro errato della situazione. La sera è perduta, non c’è più niente da fare»”, p. 31.

Ma se il tempo scorre senza progresso, sempre identico a sé, ecco che il massimo approdo auspicabile è quello di uscire incolume dal presente: “«Devo farmi coraggio sino a mezzanotte», mormorò. «Devo resistere fino a quell’ora. Non ho scelta.»”, p. 282.

Questa asincronia col mondo costringe Frits nel ruolo di spettatore. E delle esistenze altrui catturano il suo interesse quasi esclusivamente gli aspetti aneddotici, morbosi, che con insistenza compiaciuta egli narra ai propri amici nonché ai genitori: “Sua madre era rimasta sconvolta quando le aveva letto un articolo su un incidente accaduto nell’aia di una fattoria. Due bambini stavano giocando con un ceppo e un’accetta. “«Prova a mettere la mano sul ceppo», aveva detto uno, e l’altro l’aveva fatto. «La toglierà», pensava il bambino con l’accetta. «Non colpirà», pensava l’amico. Si sbagliavano entrambi. La mano si staccò quasi del tutto e così dovettero amputarla”, pp. 102-3.

Senza un progetto che la innervi di senso, l’esistenza di Frits somiglia a un lungo, angoscioso conto alla rovescia. Inevitabile, la paura della morte si declina in una sorta di odio della vecchiaia in quanto età ultima, preda della decrepitezza del corpo, prossima alla fine: “«[…] I vecchi provocano un sacco di infelicità nel mondo. Avvelenano l’esistenza. Sul tram diffondono un odore acre. Sono come un barattolo di frutta in scatola aperto e dimenticato. Sopra i sessanta dovrebbero essere tutti quanti sterminati.»”, p. 279.

Frits, poi, è ossessionato dalla calvizie, come puntualmente – e sadicamente – rimarca ai propri cari: “«Joop, cos’è successo ai tuoi capelli?», disse Frits. «Non li ho mai visti così radi. Ora è proprio evidente che stai diventando calvo»”, p. 196.

Le giornate del protagonista hanno il loro naturale epilogo in sogni, minuziosamente descritti da Reve, nei quali il giovane – proprio come in veglia – si ritrova in situazioni di disagio e spaesamento.

Frits ostenta cinismo e sarcasmo, si impone di gestire la propria quotidianità in modo geometrico, tentando di prevedere ogni mossa. Ma solo perché, forse, estromettendosi dall’agone dei sentimenti, delle passioni, egli si illude di scampare all’umano dolore: “«Mamma, sei triste?» le domandò posandole da dietro una mano sulla spalla. «Vuoi che piangiamo insieme?» […] «Adesso via, scappare», pensò Frits, «prima che sia troppo tardi.»”, p. 287.

Superata indenne la notte di San Silvestro e ritrovatosi in un nuovo anno, Frits sarà investito da uno stupore gioioso, infantile, che lo coglie alla sprovvista. Perché non solo l’oscurità del vivere, bensì anche la sua grazia giunge immotivata, sbaraglia ogni difesa, palesa il terrore e la meraviglia dello stare al mondo: “«Sono vivo», sussurrò, «respiro. E mi muovo. Respiro, mi muovo e dunque sono vivo. Possono arrivare disgrazie, sofferenze, orrori. Ma sono vivo. Possono rinchiudermi, posso essere tormentato da terribili malattie. Ma continuo a respirare, e mi muovo. E sono vivo.»”, p. 312.

 

(pubblicato sulla rivista Squadernauti, numero unico, giugno 2019)

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