La vergogna

“Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio” (p. 9).

Questa folgorante dichiarazione apre La vergogna, romanzo di Annie Ernaux uscito nel novembre del 2018 per L’orma (traduzione di Lorenzo Flabbi), e ingombra di sé ogni rigo di questa breve ma intensa opera-confessione.

Il tentativo di omicidio, culmine di una furiosa lite fra i genitori dell’io narrante (che pare coincidere con la scrittrice), non avrà successo. E da quel 15 giugno 1952 rimarrà inespresso – quanto meno per iscritto – per quarantaquattro anni, sino alla stesura del romanzo, composto appunto nel 1996 e uscito un anno dopo in Francia: “Scrivo questa scena per la prima volta. Fino a oggi mi era sempre sembrato impossibile, persino nel mio diario. Come se fosse un gesto proibito che avrebbe comportato una punizione. Forse quella di non poter mai più scrivere nient’altro, dopo. (Poco fa, una sorta di sollievo nel constatare che invece ho continuato a scrivere, non è accaduto niente di terribile)”, p. 12.

La consapevolezza di poter finalmente affrontare l’episodio permette per la prima volta alla Ernaux di indagarlo, nonché di eleggerlo a suo antico diaframma tra sé e il mondo: “Dopo, quella domenica si è frapposta come un filtro tra me e tutto ciò che vivevo. Giocavo, leggevo, mi comportavo come al solito, ma senza esserci davvero. Ogni cosa era diventata artificiale”, p. 14.

La scrittrice, a mano a mano che la sua rammemorazione prosegue, prova il desiderio sempre più urgente di demistificare quella violenza, privarla del suo carattere di tabù: “Quella scena, rappresa da tanti anni, voglio riuscire a smuoverla, a privarla della sacralità iconica che ha assunto dentro di me (attestata, ad esempio, dalla convinzione che sia stata lei a spingermi a scrivere, che ci sia lei alla base di tutti i miei libri)”, p. 26.

Ne sortisce però non un’investigazione approfondita del fatto traumatico quanto piuttosto, come in una manovra di aggiramento, una restituzione quasi ossessiva di ricordi del 1952, dall’ambiente familiare a quello scolastico, con una particolare attenzione ai codici comportamentali – in primis il linguaggio – e ai divieti dell’epoca. Come se, appellandosi a ciò che era la norma di allora, si riuscisse a esorcizzare l’abnorme di quella domenica di giugno.

Più in generale, l’accurata ricostruzione storica potrebbe anche corrispondere al tentativo mistificatorio di reinventare il passato escludendone il solo momento inaccettabile: al tentativo, cioè, di rivivere il passato per superarlo, stavolta, indenne.

Da quella domenica, infatti, la dimensione domestica non rappresenterà più alcuna garanzia di protezione; sarà anzi la stessa sfera intima a svuotarsi di ogni virtù difensiva, consolatoria: “(Associare per sempre la parola privato alla mancanza e alla paura, alla chiusura. Persino nell’espressione vita privata. Scrivere è una cosa pubblica)”, p. 80, corsivi nel testo.

Il sentimento provato per quell’istante, da quell’istante, è la vergogna, su cui la Ernaux si sofferma nella seconda parte del volume, dandone anzitutto una connotazione sociale: “Abbiamo smesso di appartenere alla categoria delle persone perbene, che non bevono, non alzano le mani, si vestono come si deve quando vanno in centro. Potevo pure presentarmi con un grembiule nuovo a ogni primo giorno di scuola, avere un bel messale, essere la prima in tutto e recitare regolarmente le preghiere: ormai non somigliavo più alle altre ragazzine della classe. Avevo visto ciò che non andava visto. Sapevo quello che […] non avrei dovuto sapere e che mi situava in maniera indefinibile assieme a quanti, per la loro violenza, il loro alcolismo, la loro follia, alimentavano racconti che si concludevano con «mette sempre tristezza vedere queste cose»”, pp. 101-2.

Ma la vergogna è soprattutto una pena personale, alla vergogna tutto viene da allora rapportato, nell’eterna convinzione che non esista nulla di paragonabile a essa, nulla la cui valenza positiva possa oltrepassare, cancellandola, l’onta di quanto accaduto: “[…]c’è stata soltanto la sensazione di vergogna, che ha fissato quelle immagini senza attribuirvi alcun significato. Nulla può cambiare il fatto che le cose siano andate così, che io abbia provato ciò che ho provato, quella pesantezza, quella nullificazione. La vergogna è la verità ultima”, p. 118.

La vergogna diventa allora una sorta di compagnia quotidiana, si declina in un atteggiamento esistenziale, che investe anche il mestiere della scrittura: “Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri”, p. 124.

È forse possibile che nelle battute conclusive del libro, come al termine di un percorso di analisi, si giunga non alla soluzione del problema ma alla sua rivisitazione in chiave positiva: ecco quindi che la vergona, consustanziale alla Ernaux da quel lontano 15 giugno 1952, le abbia quanto meno assicurato una continuità biografica, un costante impulso cui uniformarsi o reagire, nell’incessante mutevolezza della vita: “Non ho più nulla in comune con quella ragazzina tranne la scena della domenica di giugno che lei si porta impressa nella mente, quella che ha spinto me a scrivere questo libro, perché non mi ha mai lasciata. È solo lei a fare di me e della ragazzina della foto la stessa persona, dal momento che l’orgasmo, in cui più avverto la mia identità e la permanenza del mio essere, l’avrei conosciuto soltanto due anni più tardi”, p. 125.

 

(pubblicato sulla rivista Squadernauti, numero unico, giugno 2019)

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