Cani dell’inferno

Un tizio che tutti riconoscono come Joe, presentato vagamente come uno “studioso” alle prese con alcune “ricerche” (benché altrove egli dirà: “Sto scrivendo un poema”, p. 43), si ritrova in un appartamento al numero 3847 di Mystic Avenue, in una non meglio definita località statunitense.

Il misterioso e bizzarro personaggio, che nelle pagine iniziali sembrerebbe chiamarsi Bruno Piciorla, a ogni capitolo cambia nome e identità, o meglio è come se la sua identità si travasasse, per osmosi o magari per contagio, in individui in qualche modo in relazione tra loro. Peraltro, tutti i cognomi di costoro cominciano con la lettera p; ed è una costante beffarda, quasi a dimostrazione che, nei fatti di umana pertinenza, le uniche continuità o corrispondenze possibili sono fortuite e accessorie (oppure arbitrarie, come il Joe con cui le diverse figure vengono identificate dagli interlocutori).

Le vicende di questo protagonista collettivo sono narrate da Daniele Benati in Cani dell’Inferno, già uscito per Feltrinelli nel 2004 e ora riproposto da Quodlibet.

Fin dalle battute iniziali del romanzo, il cosiddetto Joe si dichiara ossessionato dalla falsità: “Solo che a un certo punto vengo preso dal tarlo del dubbio che mi fa un buco nel cervello e incomincio a pensare che è tutto falso. Allora pianto lì e cambio tipo di ricerca. Trovo un altro argomento che però mi entusiasma solo fino a quando non m’incomincia a sorgere il dubbio che anche quello è un argomento falso e pianto lì”, p. 11.

E infatti proprio la mancanza di verità, intesa come posizione univoca dalla quale poter abitare il mondo, pare l’elemento centrale dell’opera. Non solo le identità stesse, come si è già visto, appaiono mobili, friabili; ma sono la svagatezza, la smemoratezza e il caso a dominare le relazioni, i gesti, persino i pensieri.

Joe, ad esempio, è ricco ma non conosce l’entità di quanto possiede (“Anche di soldi non so effettivamente quanti ne ho perché io non ci bado mai e forse li ho finiti da un pezzo”, p. 17); altrove dimostrerà di non sapere il motivo della propria presenza in quel luogo (“io non avevo la più pallida idea di cosa ci facevo lì”, p. 39) e addirittura dubiterà egli stesso del proprio nome (“E come sta Pistarola? Chiedevo io per educazione e con anche un po’ di meraviglia perché quel nome lì mi sembrava che fosse il mio”, p. 265).

Ma cosa è successo al protagonista? E dove si trova?

Talvolta, egli sembrerebbe risiedere in un punto al di fuori del mondo (l’aldilà?); mondo che però occasionalmente riaffiora alla memoria: “Ora ricordavo che era tipico degli esseri umani fingere un’emozione per nasconderne altre”, p. 63.

Svariati, però, sono i segnali che indurrebbero a interpretare l’esistenza di Joe come metafora della contemporaneità, con tutte le sue contraddizioni e i suoi stereotipi.

Intanto, l’ubicazione della sua dimora, raggiungibile solo dai bagni di un McDonalds ospitato al primo piano del palazzo; dai medesimi bagni, in una sorta di simbolica liaison tra cultura bassa e alta, parte un corridoio che conduce alle aule di un’università.

Inoltre, le pagine sono disseminate di una serie di gustosissimi sarcasmi verso le manie di scrittori e intellettuali: “[…] i professori maschi venivano da me a parlare di letteratura e di scrittori erroneamente classificati minori e io non sapevo come cavarmela perché facevano domande da tutte le parti e mi obbligavano a rispondere con acume critico. Saranno dei minori, gli dicevo, se li hanno classificati così vuol dire che una ragione c’è. Ma loro insistevano di no e avrebbero dimostrato il contrario con una serie di saggi tutti uguali ma pubblicati su riviste diverse. E poi mi facevano domande su altri scrittori minori che io non avevo mai sentito nominare e dicevo: Saranno minori anche quelli. Ma loro giuravano di no e potevano dimostrarlo con una serie di saggi che avevano cominciato a scrivere già da quando erano ancora studenti all’università e li avevano poi utilizzati per la tesi”, p. 156.

C’è poi la comparsa inopinata – lungo tutta la narrazione – di una serie di scocciatori che si insinuano nella quotidianità di Joe per domandargli, consigliargli, coinvolgerlo; quasi una personificazione della nostra frenetica epoca, dove l’aleatorietà e il repentino cambio di prospettiva prevalgono sulla pianificazione.

Infine, la caotica esistenza del protagonista, il suo perenne senso di smarrimento, l’estraneità a quanto gli accade, potrebbero essere la rappresentazione grottesca dell’alienazione: “[…] se uno vive in un paese straniero o in una città che non è la sua e non si ricorda niente di quello che è successo potrebbe anche voler dire che lui non s’è mai mosso dal suo paese e adesso ci vive come un perfetto straniero o come se si fosse messo nei panni di un altro che non è lui”, p. 202.

Tuttavia, in alcuni passaggi si insinua il dubbio di una certa malizia nei comportamenti di Joe: “Ed è stato allora che ho inventato la storia di essere un proscritto fuggiasco. Non volevo dirle che m’ero fatto accompagnare alla stazione da mia madre un paio di giorni prima”, p. 209.

Altri sospetti sul ruolo attivo del protagonista nella propria condizione esistenziale provengono dal fatto che egli quasi sempre asseconda, anziché liquidare, il disturbatore di turno: “Ma ero ancora fermo soprappensiero quando è giunto un uomo a tenermi compagnia con le sue chiacchiere da ciarlatano. […] Costui più che un turista mi sembrava un comico molto ciarlatano e io ridevo a ogni sua parola che diceva. E ridevo senza trattenermi perché non ci riuscivo. Era un uomo molto simpatico che mi chiedeva se ero del posto e potevo aiutarlo a cercare sua moglie. D’accordo, gli ho detto, è ora che incominciamo la ricerca”, pp. 234-5.

Allora, forse, questa giostra in cui tutto accade senza causalità, senza coerenza, senza verosimiglianza, non può corrispondere alla vita reale né riferirsi a essa, bensì a un ambito in cui il confine tra possibile e impossibile sia abolito. L’ambito, magari, dell’invenzione letteraria; o, meno strettamente, l’ambito della fantasia, dove tutto è ugualmente vero.

Ecco dunque che la dichiarazione iniziale del protagonista multiplo, cioè la sua ossessione per la falsità, può essere letta in chiave autoironica come il disagio di ciascuno, chiamato non solo ad affrontare il mondo con l’unicità del proprio piccolo corpo, ma pure chiamato ogni giorno a decidere con l’unicità della propria piccola morale: “Perché poi è bello raccontare, diciamolo. Delle volte è anche più bello che vivere. Eh sì, lo dico anch’io. Certe volte è più bello che vivere perché uno sta lì che la racconta su e casomai s’inventa tutto di sana pianta. Dice di essere lui mentre invece non è lui e così può fare una cosa che prima non è mai riuscito a fare. È proprio bello raccontare, ve lo dico io che ormai non faccio altro”, pp. 285-6.

 

(pubblicato sulla rivista Squadernauti, numero unico, giugno 2019)

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