La maggior parte delle cose

Valter ha scoperto il potere dell’odio a tredici anni.
Sua madre gli dava la paghetta di venerdì. Un giorno, dopo un litigio familiare, il padre di Valter ha preparato le valigie. Faceva sempre così: scendeva le scale, posava le valigie in portineria, beveva un caffè sotto casa e rientrava minacciando che prima o poi non sarebbe più tornato. Ma quel giorno è andata diversamente.
La madre di Valter, rimasta sola all’improvviso, non parlava quasi più e si dimenticava tutto. Compresa la paghetta per il figlio: Valter doveva ricordargliela ogni settimana.
Un venerdì mattina, Valter vede una busta accanto alla colazione. Sua madre è ancora a letto. Apre la busta: è la paghetta. Rincasato da scuola, trova sua madre sul divano dell’ingresso. «Visto? Mi sono ricordata».
«Di cosa?»
«La busta».
«Quale busta?»
«La paghetta, no?»
«Quale paghetta?»
Ogni sua parola è un altro passo in quel territorio ignoto ma confortevole.
«Non fare lo spiritoso».
Valter sente una forza mai avuta prima. Potrebbe distruggere sua madre. Potrebbe distruggere tutto: «Mamma. Non sto facendo lo spiritoso».
«Davvero stamattina vicino alla colazione non c’era una busta con dentro…»
«Davvero».
Sua madre si alza dal divano, va in camera. Valter la sente frugare in borsa. Non dovrebbe approfittarsene così. Eccola di ritorno col borsellino. Ostenta un sorriso triste. Non guardarla in faccia, si ripete Valter. Tieni gli occhi sul borsellino.
«Sicuro sicuro?»
Il borsellino.
«Sì».
È stato facile. Così facile da far pensare a Valter: in questo modo posso ottenere quello che voglio. Sua madre conta i soldi della paghetta, allunga il braccio: «Tieni».
Rischia di fargli tenerezza, sua madre. Allora Valter si affida all’odio: «Dammene ancora. Sono troppo pochi. Li finisco sempre dopo due o tre giorni».
«Ma Valter».
Come gli piace, l’odio.
«Ancora!»

Filippo arriva sotto l’ascella di Valter ma non ha mai avuto paura di nessuno. Perciò gli ribatte: «Si sposti lei. È lei che mi è venuto addosso».
È stato educato, Filippo, da due genitori felici. Ha imparato a dire tutto quello che pensa. Non sapendo vedere negli altri dei nemici, è incapace di difendersi. Come quella volta da bambino, a ricreazione.
«Dammi il fumetto».
«No».
«E perché?»
«Perché è mio e devo ancora leggerlo».
«E io te lo prendo».
«Provaci».
«Visto?»
«Ridammelo».
«No».
«Dài».
«Guarda, piuttosto che ridartelo».
«Perché lo hai strappato? Ciccione».
«Cosa hai detto?»
«Ciccione».
«…»
«Brutto ciccione».
Filippo fa per allontanarsi. Considera chiuso il discorso.
«Dove vai?»
«In cortile».
«Vieni qui».
«No».
«Fifone».
«E tu puzzi».
Fa appena in tempo a voltarsi. L’altro vorrebbe prenderlo alle spalle, spingerlo a terra, andargli sopra e suonargliele, ma la mezza rotazione di Filippo lo sbilancia. Il ciccione gli crolla addosso. Cadono. C’è un attimo di silenzio; poi Filippo libera un urlo atroce.
Il ciccione scappa via. Nessuno dei suoi compagni ha il coraggio di soccorrere Filippo. Interviene, qualche secondo dopo, un bidello. Filippo continua a gridare: «Il braccio! Il braccio!»

Sette bambini stanno ognuno su un cavallo. Sei genitori e una nonna attendono, chi seduto su una panchina del parco chi in piedi appena oltre il perimetro dalla giostra. Uno dei sei genitori è Valter. Mentre osserva lo zoccolo della zampa anteriore destra del cavallo scomparire dietro il perno della giostra, pensa che dopo quel giro riporterà suo figlio dalla ex moglie. Poi forse cenerà a casa, forse al locale. Non riesce a ricordare cosa abbia nel frigorifero.
Valter, da adulto, è diventato come sua madre: parla poco e si dimentica tutto. Però quello che gli importa è attaccare briga, e per farlo non occorrono parole né memoria.
Suo figlio scende dal cavallo sorridendogli. Gli corre incontro. Non smette di sorridergli. Si ferma a meno di un metro da lui. Magari si aspetta di essere abbracciato, accarezzato, sollevato per le ascelle. Valter gli va di fianco, lo prende per mano: «Andiamo dalla mamma».
Poi guarda il bambino negli occhi. Si sente stanco. Si china. Lo bacia in fronte. Allunga bruscamente il passo, dando uno strattone al figlio: la punizione per avergli suscitato un gesto simile.

Filippo è il papà di due bellissime gemelle. Ama sua moglie. Da persone intelligenti, hanno educato le figlie insegnando loro l’autonomia l’una dall’altra. Quando Franca, prozia tanto affettuosa quanto ingenua, ha regalato alle bambine due vestiti identici, Filippo le ha spiegato con calma che le loro due figlie devono sapersi distinguere; a un cenno di disapprovazione di Franca, la moglie di Filippo le ha accarezzato una guancia e le ha detto: così si vorranno ancora più bene.
L’unico dispiacere di Filippo è che, per via della sua menomazione, non ha mai potuto prenderle in braccio assieme.
Federica, una delle due figlie, ama il nuoto e la geografia. L’altra, Marisa, fa ginnastica artistica ed è la prima della classe in matematica e fisica. A casa non hanno il televisore e non ne sentono la mancanza. Un’estate vanno in ferie al mare, un’estate in montagna, in modo da accontentare entrambe: Federica adora fare le immersioni con la maschera subacquea, Marisa ha una passione per minerali e rocce.
Filippo avverte il passare degli anni. Ogni tanto, prima di coricarsi, prova a parlarne alla moglie, che però non vuole mai condividere la sua inquietudine.
«Ci pensi? Un giorno non ci saremo più. Né io, né te, né le bambine».
«Addirittura le bambine!»
«E perché? Non finirà anche per loro, prima o poi?»
«Non dire queste cose delle mie figlie».
«Tue?»
«Nostre. Filippo, su. Lo sai che quando fai certi discorsi…»
«Li hai presi i biglietti per sabato?»
«Prima fila!»

Valter soffre di insonnia. Forse per il bere, forse per quel tormento di cui non sa capire niente: cosa sia, da dove provenga, quando abbia avuto inizio. Però ha imparato che tormentando gli altri il suo tormento diminuisce. Oppure no, oppure è che così facendo si sente meno solo. Difatti Valter, per quanto taciturno e astioso, non sopporta la solitudine. La solitudine lo costringe a pensare, ma non gli vengono che pensieri brevi e crudeli, o lieti però troppo confusi.
Meno male che c’è il locale, e che il locale è di Gaetano: cresciuto con lui, è l’unico di cui Valter si fidi ma soprattutto è il solo che sappia come prenderlo. Ogni volta che Valter passa il segno, Gaetano (omaccione dalla forza spaventosa) lo trascina in un angolo del locale, lo tiene per le braccia e gli ripete: ringrazia che ti voglio bene.
Ma a Valter non piacciono le smancerie. A lui piace odiare, e semplicemente gli torna comodo che il suo amico lo levi dai guai senza mai inibirgli l’ingresso al locale. Tutt’al più, quando Valter esagera davvero, quando per esempio spacca la faccia a un povero avventore, Gaetano gli consiglia di non farsi vedere per qualche giorno.

Filippo e sua moglie sono impazienti: attendono lo spettacolo da mesi. Anche Marisa da qualche tempo segue questo artista poliedrico e geniale. Non avendo televisore a casa, il sabato sera sono ospiti fissi della prozia Franca, che dell’artista ama soprattutto le canzoni perché hanno, dice, delle melodie antiche. Federica lo trova invece noioso, ripetitivo, così gli altri quattro fanno a gara a ripeterle certi passaggi, come se riascoltandoli da voci familiari Federica potesse meglio apprezzarli.
Questo sabato però è diverso: questo sabato la tournée tocca finalmente la loro città.
«Papà» gli dice Federica, «anziché guardare l’ora ogni due minuti, perché non usciamo prima e ci porti a mangiare qualcosa?»
«Buona idea. Tu fai preparare tua sorella, io lo dico alla mamma».

Valter ha sete, fame e voglia di menare le mani. Apre la porta del locale e fa il verso di schivare lo straccio che Gaetano fa il verso di lanciargli.

«Papà, ma perché siamo finiti qui?» gli chiede Marisa. «Non potevamo andare al ristorante?»
«Perché volevate le patatine fritte, e in questo locale fanno le patatine fritte più buone della città».
«Sul serio?»
«Sul serio. Allora patatine per tutti? E da bere? Voi due, aranciata? Due aranciate e due birre?»
Le bambine annuiscono e sua moglie gli sorride. Filippo è contento. Filippo sa dove si nasconde la sua felicità, è capace di riconoscerla, stanarla e farsela bastare.
«Allora ordino. Intanto devo andare in bagno».
Federica segue con lo sguardo il tragitto di Filippo dal tavolino al bancone. Il braccio monco attira la sua attenzione. Federica non riesce ad abituarsi all’idea che suo padre sia mutilato di un braccio. Ogni volta che gli osserva il moncherino pensa qualcosa come: povero papà.
«Siamo a quel tavolo laggiù, dalla pianta».
«La signora e le due bambine».
«Le mie figlie. Quello».
«Cinque minuti e vi porto tutto».
«Grazie».
«E spostati» irrompe Valter.
«Si sposti lei. È lei che mi è venuto addosso».
Filippo guarda negli occhi Valter. Valter guarda negli occhi Filippo. Sino a pochi secondi prima, pur abitando da sempre nella stessa città, non si conoscevano. Adesso sono a pochi centimetri e si guardano. Filippo sente l’odore selvatico di Valter. Capisce che è ubriaco: sarà meglio lasciar perdere. Di solito, se Filippo ha ragione non vuole privarsene. Ma questo tizio cerca la lite, e sua moglie e le bambine lo stanno aspettando al tavolo. Il bagno è a pochi metri da lui; il tavolo anche. Tutto finirà in un attimo e sarà come se non fosse mai accaduto.
«Io?!» alza la voce Valter.
«O Valter» si inserisce Gaetano. Poi qualcuno lo chiama da un tavolo in fondo alla sala e il barista va, a passo svelto, timoroso che al bancone possa succedere qualcosa.
«Non importa» dice Filippo. Volta le spalle a Valter.
Valter afferra il braccio buono di Filippo. «Sì che importa».
Filippo vuole andare in bagno. Quasi che, proseguendo nel compimento dei gesti prefissati (alzarsi dal tavolo, ordinare, fare la pipì, tornare al tavolo), potesse annullare quell’intrusione assurda.
Invece no. La stretta di Valter gli impedisce di avanzare. Filippo guarda la porta del bagno degli uomini, a non più di una decina di metri da lui, vicinissima e irraggiungibile. Si volta verso il suo tavolo. Marisa è di schiena. Federica gli ricambia lo sguardo, poi tira sua madre per il polsino della camicia. La donna scatta in piedi. Filippo pensa: come sono belle.
L’esplosione alla tempia destra inghiotte ogni altro suono. E pure il dolore, che Filippo immagina ma non avverte.
Gaetano corre verso Valter.
Filippo sente freddo. Le ginocchia gli cedono; però non cade, perché Valter sta ancora tenendolo per il braccio. Filippo è sordo. Si dimena, sferra involontariamente un calcio a Valter. Così Valter, grazie a quel colpo fortuito e innocuo, riesce a giustificare il suo odio. Il suo odio di quegli attimi. Il suo odio di sempre.
Impugna il boccale. Sa che Gaetano è alle sue spalle e interverrà. Filippo, che perde sangue da un orecchio, si volta di nuovo. Intuisce l’ombra di sua moglie avvicinarglisi.
Valter, in due mosse rapidissime, sferra un montante alla mandibola di Filippo e gli frantuma il boccale su un sopracciglio.
Gaetano nota una goccia di sudore scivolare lungo il collo di Valter. Ed è al collo che colpirà.
Valter molla il braccio di Filippo.
Filippo sviene. Sua moglie, a metà strada fra il tavolino e il bancone, non sa più muoversi. Lo vede cadere all’indietro.
Gaetano non riesce a domarsi. Il pugno, micidiale, è alla carotide.
Filippo sbatte a terra con la nuca. Marisa abbraccia Federica. Federica si tiene alla sedia. Valter sente mancargli l’aria. Prova a inspirare: niente; a espirare: niente. Crolla sulle ginocchia. Sotto di sé, Filippo.
Gaetano capisce quello che ha appena fatto. Si appoggia al bancone. Fissa una bottiglia di superalcolico. Trema.
La moglie di Filippo ripete senza sosta il nome di suo marito. Si sforza di non urlare, forse per preservare le figlie da quello strazio.
Valter ha un conato di vomito. Lo assale un sonno invincibile. Sorride. Chiude gli occhi. Cade su Filippo.
Sino a pochi secondi prima, Filippo e Valter non si conoscevano. Adesso sono uno sull’altro. Uguali: morti. Morti senza sapere la maggior parte delle cose. Perché la maggior parte delle cose, anche quelle che più intimamente ci riguardano, non si sanno.
Ad esempio Valter è morto senza sapere che suo figlio, la sera prima, ha fatto un disegno per lui. Filippo invece è morto senza sapere che sua moglie è segretamente innamorata dell’artista, ma le sembra una cosa così stupida che non riuscirà mai a confessarlo nemmeno a se stessa.

 

(pubblicato su La Nuova Verde il 10 settembre 2018)

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