Lorenzo Segreto

Lorenzo Segreto di Fausto Vitaliano (Laurana Editore, 2014) è un romanzo sulla ricerca della propria identità.

La vicenda principale si snoda lungo un periodo ben preciso: dall’1 al 29 gennaio del 2000. Ci sono poi due brevissime appendici (forse non indispensabili): la prima collocata in un futuro imprecisato, nella quale si svela l’identità – riecco la parola – del narratore; la seconda ambientata nell’estate del 2012. Il tempo zero della storia individuale di Lorenzo Segreto, inoltre, si intreccerà di continuo con la Storia, soprattutto con un oscuro episodio della guerra partigiana.

Ma chi è Lorenzo Segreto, il protagonista del libro? Lavora, Lorenzo, come junior manager presso una società milanese di recupero crediti, la Crediback; è un uomo intelligente, affascinante e irrisolto; è nelle grazie di un anziano e assai potente uomo d’affari, il barone (curioso che, con l’andare delle pagine, il titolo si maiuscolizzi in Barone) Vincenzo Cotto di Leocata; ottiene in breve tempo la piena fiducia di Bianca Navel, presidente della Crediback e personaggio privo di scrupoli; allaccia un ambiguo rapporto amoroso con Adriana, la cui vera identità (di nuovo) sarà rivelata solo nelle battute conclusive; sperpera denaro in una bisca sotterranea gestita da un suo amico, il cinese Shéng Whou; ha un fratello maggiore, Valter, zoppo da una gamba, ex terrorista di estrema destra; una madre alcolista, Livia, ricoverata in una clinica psichiatrica; un padre, Antonio, andatosene via di casa prima della sua nascita; e un nonno, Tito Profeta, ambiguo attore del già citato episodio storico.

E proprio da quell’episodio (che avrà drammatiche ricadute sia pubbliche sia private) muove tutto. Lorenzo Segreto, infatti, a poco a poco scoprirà la verità su Tito Profeta e sulla propria famiglia: una verità fatta di violenze, dolori, malattie e inganni, ma anche di gesti di estrema misericordia compiuti con disinteresse assoluto. Intanto, però, c’è la sua vita presente. C’è lo sfondo di una Milano inumana, centro di potere e di corruzione e nel contempo città sotterranea, infera: la Milano della bisca di Shéng Whou, in cui si confondono gioco, piacere, peccato, espiazione e autodistruttività. Ci sono il Barone e Bianca Navel, acerrimi nemici, che tentano entrambi senza perifrasi di accaparrarsi il brillante Lorenzo. E c’è Adriana, amante diafana, più spesso evocata dalla fantasia del protagonista che non presente di persona, la quale nel redde rationem si mostrerà finalmente nel proprio ruolo autentico.

Altro è bene non aggiungere, sulla trama. Giacché si tratta di un meccanismo davvero ben congegnato, la scoperta del cui funzionamento volentieri lascio alla curiosità del lettore.

Due sono gli aspetti che qui mi preme sottolineare.

Il primo è l’uso della lingua. Fausto Vitaliano adopera con disinvoltura diversi linguaggi settoriali: quello dell’economia e della finanza, ma anche quello medico, quello della fisica e della chimica. Interessante, poi, è come tale precisione semantica subisca improvvise deviazioni nell’onirico, come se di tanto in tanto la realtà diventasse di colpo pura visione di cosmi ulteriori e lontani. Come se tanta scioltezza nel riconoscere le cose, nel nominarle, fosse in verità sempre precaria, perennemente a rischio di scacco. Come se, insomma, nessun equipaggiamento culturale garantisse una totale leggibilità del mondo. Tali sbalzi linguistici, che fanno pensare ai grandi romanzi di Paolo Volponi, possono essere esemplificati da questo passaggio (p. 20): “La Crediback SpA si occupava ancora di recupero crediti ma aveva allargato il raggio di azione al di fuori del gruppo: adesso offriva i propri servizi a tutti – privati, finanziarie e banche con problemi di insoluti. Azienda non enorme ma florida, una ventina di impiegati, fatturato intorno ai quindici milioni di dollari, bilanci in lieve attivo. La sede stava dove doveva stare: quartiere degli affari, a quattro passi da questo e a due da quell’altro, al civico 13 di una breve via di porfido, curvilinea che pareva una parentesi tra una strada e un’altra. L’edificio contava otto piani fuori terra e risaliva a un’epoca in cui tutta la città parlava di un miracolo accaduto in una chiesa lì vicino: un tale, uno squilibrato scappato dal manicomio, aveva pugnalato l’immagine dipinta del Bambin Gesù e quella aveva preso a sanguinare. Il quadro era ancora lì, lo squarcio della pugnalata ancora visibile.”

Il secondo aspetto è più complesso e centrale. Ho detto che Lorenzo Segreto è un romanzo sulla ricerca della propria identità. Mi spiego meglio. Bianca, il Barone, Adriana e talvolta lo stesso Lorenzo, sembrano vivere in un eterno presente, come estranei alla dimensione storica; le loro azioni, meccaniche, sono compiute solo per un tornaconto immediato. Manca la coscienza di sé, delle proprie radici e dunque del proprio percorso esistenziale: se va bene, il mondo è un agone in cui è richiesta la rapida e definitiva sottomissione altrui.

Tale atteggiamento individualistico nega il senso morale e consente solo il gesto istintivo, che quando non ribadisce una posizione cristallizzata (il Barone), fa puntare maldestramente verso orizzonti irraggiungibili (Bianca Navel).

Ma Lorenzo Segreto non è tutto appiattito sull’oggi. Non è solo l’impietoso junior manager o il compulsivo giocatore d’azzardo. Sempre più insistentemente Lorenzo si domanderà: “Mi piacerebbe capire per quale ragione sono venuto al mondo” (p. 154). E, più oltre, non lui ma suo nonno, come in un suggestivo dialogo a distanza, dirà: “Veniamo al mondo per sistemare una cosa” (p. 219).

Lorenzo Segreto, come scrivevo, scioglierà a poco a poco alcuni importantissimi nodi del passato suo e dei propri familiari. Ed ecco che una volta recuperata, non senza fatica, una sua identità (e, dunque, l’appartenenza alla storia) Lorenzo potrà finalmente riguadagnare un’autentica coscienza, che gli consentirà fra l’altro di opporsi ai sinistri disegni di Bianca e del Barone. Non più sradicato, Lorenzo Segreto saprà riconoscere il tracciato della propria esistenza, e conseguentemente organizzare pensieri e azioni in una prospettiva a lungo respiro.

Il motivo per cui Lorenzo Segreto è venuto al mondo, anzi: il motivo per cui si viene al mondo, sembra dirci questo avvincente romanzo, è individuare la propria collocazione, cioè riconoscersi parte infinitesima di un disegno universale. Fuori da questa dimensione (fuori dalla storia) non c’è esistenza, ma mera consumazione dei giorni.

 

(pubblicato su Squadernauti l’11 luglio 2014)

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