Mi sporgo

Ormai le fronde del salice piangente debordano dal muro di cinta della villetta.
Ogni volta che Mariangela esce o rincasa, vede e le viene vergogna. Perciò, una sera a cena, lo dice a Nino: Nino, finisce che i rami del salice toccano in strada. Non voglio storie coi vicini o col Comune. Bisognerà tagliare.
Allora Nino le dice: adesso tagliamo.
Passano i giorni, le settimane.
Mariangela di tanto in tanto ricorda a Nino: bisognerà tagliare.
Allora Nino la tranquillizza: adesso tagliamo.
Mariangela non insiste troppo, perché Nino fatica già più di quanto dovrebbe faticare: dal lunedì al sabato allo stabilimento, la domenica per casa o al terreno.
Viene novembre. Un sabato sera, di ritorno dallo stabilimento, Nino ferma l’automobile all’altezza del salice. Guarda le fronde dal finestrino. Rimette in moto, prosegue fino al cancello, entra, parcheggia.
Appena in casa, dice a Mariangela: domani tagliamo.
A Mariangela, in piedi davanti ai fuochi, le gambe diventano di pane. È vero che l’idea di tagliare l’ha avuta lei, ma adesso che Nino si è aggiunto lavoro al lavoro, Mariangela si sente colpevole.
Allora gli risponde: non è che devi tagliare per forza tu. Troviamo qualcuno in settimana.
Nino, in ciabatte, entra in cucina, sbircia i fuochi, apre il frigorifero, passa in rassegna i ripiani, richiude e le fa: ma che qualcuno, mi arrangio.
Mariangela dimentica di aggiungere il sale al sugo.
L’indomani mattina alle otto Nino è già dietro a sforbiciare.
Mariangela si piazza in strada con le gambe divaricate e le mani sui fianchi, come un vigile urbano o un direttore dei lavori. Guarda il salice, guarda Nino sulla scala ma non dice niente. Perché sa che Nino è capace da sé. A un certo punto del suo stare lì le viene in mente Giuliano, il loro figlio che studia in città. Allora rientra e gli telefona, lo invita a pranzo. Poi torna da Nino. Stavolta rimane al di qua del confine, nel giardino.
Bisogna tagliare anche in alto, le dice Nino.
In alto dove?, chiede Mariangela senza sollevare lo sguardo.
In alto là, indica Nino. Se accorcio qui e in cima no, fa disordine, aggiunge.
E come ci arrivi?, chiede Mariangela sempre senza sollevare lo sguardo.
Dal tetto, le dice Nino scendendo dalla scala.
Dal tetto?!, si scompone Mariangela.
Dal tetto, le risponde Nino sfilandosi i guanti da lavoro.
E i rami che danno verso fuori?
Uso la motosega lunga. Quella rossa. Leggera.
E se non basta?
Mi sporgo.
Mariangela sente una fitta allo stomaco. Stringe i pugni. Dice a Nino: viene Giuliano a pranzo.
Allora ci salgo nel pomeriggio, le risponde Nino.
Meglio di niente, pensa Mariangela.
A pranzo Mariangela e Nino fanno domande a Giuliano, che risponde con calma, muovendo le mani per aiutarsi a spiegare. È un bravo figlio. Guardano la televisione, mangiano tanto, bevono vino.
Alla prima forchettata di pastasciutta, Nino strizza un occhio a Giuliano e dice a Mariangela: e il sale?
Al dolce, Mariangela dice a Giuliano indicando Nino: quest’oggi tuo padre vuole rompersi l’osso del collo.
E spiega a suo figlio del salice piangente. Tirandola per le lunghe, ricordando altri pericoli affrontati in passato da Nino, esprimendo la volontà di invecchiare tranquilla.
Nino, mentre Mariangela parla, tace, ma il paio di volte che incrocia lo sguardo di Giuliano gli fa smorfie che significano: non starla a sentire.
Quando Mariangela ha finito, Giuliano tiene per qualche secondo gli occhi sul piatto. Poi, fissando un punto a metà tra sua madre e suo padre, dice: ci salgo io. Ma gli esce il vocino di quando aveva quattordici anni.
Allora Nino posa le palme delle mani sul tavolo, scuote la testa e pronuncia tre parole. Senza alterarsi. Eppure nel tono, o nel muovere la faccia, il corpo, c’è qualcosa che chiude lo spazio al dialogo. Dice: ci vado io.
Mariangela vede la sala da pranzo traballare.
Mezz’ora dopo è in giardino, ai piedi del salice piangente. Giuliano, a due metri da lei, guarda il tetto. Mariangela guarda Giuliano. Sentono accendersi la motosega.
Mariangela raggiunge Giuliano. Finalmente guarda in alto anche lei. Vede Nino che allunga la motosega verso il salice e si ritrae di scatto, allunga e si ritrae, allunga e si ritrae.
Attento, le dice Mariangela.
Giuliano le fa segno che suo padre non può sentirla.
Nino! Sta’ attento!, dice Mariangela aumentando più la concitazione che il volume.
Nino niente. Fa ancora due tentativi: avanti indietro, avanti indietro. Spegne la motosega. Guardando in giù, un po’ Mariangela un po’ Giuliano, dice: o non ci arrivo o rischio di sbilanciarmi.
Scendi e lo facciamo fare a qualcuno del mestiere, gli dice Mariangela.
Uno coi mezzi giusti, specifica Giuliano.
Che mezzi giusti, domanda Nino senza domandare.
Magari uno che sale imbragato. O che va su con l’elevatore.
Ora Nino guarda soltanto Mariangela. Lascia passare alcuni secondi. Poi le dice: mi sporgo.
Al che Giuliano bisbiglia: ma se si sporge cade.
Per i giovani la morte, per quanto la si nomini, rimane lontana.
Mariangela guarda Nino.
Lo vede riaccendere la motosega. Fare mezzo passo in avanti. Molleggiarsi sulle cosce. Individuare il ramo da tagliare. Gettare in avanti la motosega. Poi Mariangela avverte un sibilo. Forse un insetto, o un uccello, oppure un suono proveniente da una stanza di una casa lontana. Dunque il mondo c’è ancora. La motosega ha solo sfiorato il ramo. Nino fa un altro mezzo passo in avanti. Mariangela gli vede la punta di una scarpa affacciarsi dal tetto. Pensa: Nino.
Chiude gli occhi.

 
 
(pubblicato su Argo il 15 aprile 2014)

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